Bollettino libero cristiano evangelico  della "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

 

Omosessualità e cristianesimo –  sempre "peccato" o a volte una “condizione”?

 

 

Risposta di Renzo Ronca alla lettera aperta: “La fornicazione omosessuale” del pastore Veglio Jugovac - 6-5-08 - (agg.8-2-13)

 

 

 

 

A seguito dei nostri articoli “E’ giusto accogliere in chiesa un omosessuale?” di Angelo Galliani, e “Omosessualità e cristianesimo - corrispondenza con X” di Renzo Ronca,  la redazione del sito www.vitacristiana.it  ci ha inviato una lettera aperta del pastore Veglio Jugovac fondatore della Chiesa Cristiana Evangelica di Trieste sullo scottante tema dell’omosessualità. Ringraziamo la redazione e col suo contributo proseguiremo il discorso intrapreso, che, come vedrete, comincia a farsi interessante. Inutile dire che ci farebbe piacere un vostro coinvolgimento. Scriveteci ancora  (e-mail: mispic2@libero.it  )

 

L’appassionata lettera del pastore Jugovac (5 pagine word) densa di attenti riferimenti biblici e di un sincero zelo verso il Signore, ha una precisa connotazione contro tutta l’omosessualità in genere.

Il titolo “la fornicazione omosessuale” e l’oggetto della mail “il peccato OMOSESSUALE”, assieme al riferimento al “gay pride” di Roma, indicano una presa di posizione molto netta contro l’omosessualità nella sua globalità.

 

Certo sappiamo che l’omosessualità è peccato e che un “fornicatore omosessuale” debba pentirsi come un qualsiasi altro fornicatore o adultero ecc. Applicare poi i riferimenti scritturali è molto facile quando si tratta di dire chi è dentro e chi è fuori. Tuttavia mi chiedo se questo comportamento da parte dei responsabili sia giusto e soprattutto se sia davvero tutto qui il nostro da farsi.

 

Mi posso sbagliare ovviamente, ma siccome “..A chiunque è stato dato molto, sarà domandato molto; e a chi molto è stato affidato, molto più sarà richiesto..” (Lc 12:48),  credo che dai pastori e dagli insegnanti cristiani ci si possa aspettare qualcosina in più in quanto a saggezza, sapienza ed amore verso il prossimo.

Ho l’impressione che Il pastore Jugovac abbia preso in esame solo il peccato in sé, ed ovviamente l’abbia condannato. Su questo siamo tutti d’accordo penso.

Sulla sua lettera aperta lo Jugovac contesta anche il prof. Paolo Ricca, pastore valdese[2] di cui riporta questa intervista:

 

Prof. Paolo Ricca: “La differenza maggiore [tra chiesa cattolica e chiese protestanti] è senza dubbio questa: che mentre la chiesa cattolica, pur avendo un atteggiamento in generale di comprensione verso gli omosessuali, però sostanzialmente considera ancora negativa l’inclinazione - chiamiamola così - omosessuale, e quindi raccomanda agli omosessuali la continenza, cioè praticamente la repressione, diciamo, della loro sessualità, questo non accade nelle chiese evangeliche. Se è una condizione, come noi riteniamo che sia, non c’è ragione perché questa condizione non si esprima, non solo appunto sul piano affettivo, ma anche sul piano sessuale, e quindi nelle chiese evangeliche che pensano che la omosessualità sia una condizione, non c’è l’invito a reprimere la propria sessualità”.

 

A parte gli aspetti collaterali, mi pare ci sia un discorso di fondo più sottile da farsi piuttosto che la semplice condanna di un peccato. Qui sopra si fa accenno ad una possibile “condizione” (“Se è una condizione, come noi riteniamo che sia…”); allora il punto non è peccare o non peccare, ma lo stato dell’essere.

 

Chi, cosa e come siamo veramente? Argomenti impossibili da sviluppare in modo generico.

Lo Jugovac dice nel corso della sua lettera che le porte della chiesa sono aperte agli omosessuali purché però siano pentiti e non lo facciano più (grosso modo mi pare di capire che questo sia il senso). Ora questo è valido per la stragrande maggioranza degli omosessuali che praticano l’omosessualità per vizio.

 

Il problema però sorge quando e se, lo stato di omosessualità, sia una condizione intrinseca del carattere della persona. Non stiamo parlando di gente che va con maschi e con femmine per il gusto di farlo, ma eventualmente di chi già maschio o femmina nella mente, si trova ”imprigionato” dalla nascita, dall'infanzia, in un corpo che non gli corrisponde.

Per dirla in modo molto chiaro: caro fratello pastore, se uno nasce femmina con un corpo maschile di che cosa si deve pentire?

 

Pensiamo bene allora ai nostri giudizi espressi "in nome di Dio" (ben diversi dalle opinioni personali che ciascuno è libero di avere e manifestare). Se veramente una persona nasce con questa condizione , ripeto, se veramente ci fosse una condizione innata, e questa persona si avvicinasse alla nostra chiesa, che faremmo?

Gli diremmo “pentiti del tuo peccato”? Dimmi, quale?[3] Se davvero è nato così non faremmo altro che schiacciarlo con un senso di colpa terribile. La fragilità e la sofferenza di queste povere persone diverrebbe cupa chiusura, abbandono, e porterebbe solo a pensieri di suicidio.

 

No. Sono convinto che il nostro compito di responsabili cristiani non sia solo quello di applicare le scritture (non fecero così anche i Giudei?), ma di far fruttare la misericordia, senza la quale non si possono elaborare né capire le scritture stesse.

Un fraterno saluto.

 

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[2] Dice Jugovac: “desidero riportare integralmente l’intervista al prof. Paolo Ricca (pastore e titolare della cattedra di Storia della Chiesa presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma), trasmessa nel Giornale Radio 1 delle ore 8, il 5 luglio 2000 e diffusa su tutto il territorio nazionale e all’estero”

 

[3] Ad esempio nel corso della “corrispondenza con X” quella persona mi rivelò che non aveva avuto rapporti intimi né con uomini né con donne. Egli ha parlato soli del suo terribile travaglio interiore. Di cosa avrebbe dovuto pentirsi?

 

 

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