La promessa del Signore

La promessa del Signore

« E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi » (Giovanni 14:3)
Tre stelle luminose nell'universo

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza;  le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia».  Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento.  Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo».(Marco 9:2-7)

L’episodio, unico del suo genere nei vangeli, solleva molti interrogativi. Infatti, di solito, la vita di Gesù è presentata nel suo snodarsi attraverso il servizio: la predicazione, le guarigioni, i dialoghi personali e liberatori, sono i vari piani su cui questo servizio si svolge. Invece, sul monte della trasfigurazione, nessun servizio sembra svolgersi: si tratterebbe di una bellissima esperienza che ha però ben poco a che vedere con la realtà “concreta”; sarebbe solo uno “spiraglio di paradiso” che conquista subito i tre discepoli di Gesù, e che fa loro desiderare di restare lì per sempre…

     Tuttavia, giacché l’episodio è stato narrato nei vangeli, vuol dire che i suoi contenuti sono certamente utili; non solo a chi ne fu testimone, ma anche a coloro che, come noi, ne sono resi partecipi a distanza di secoli.

     Innanzitutto mi sembra importante affrontare la classica domanda: si tratta di una visione nella mente dei discepoli, oppure di un evento realmente accaduto? Ebbene, non vorrei peccare di superficialità, ma mi sembra che questa domanda sollevi un falso problema. Infatti, entrambe le ipotesi comporterebbero la stessa conseguenza nella memoria e nella consapevolezza dei discepoli presenti. Essi, dopo aver vissuto questa sconvolgente esperienza (fisica o mistica, ripeto, ha poca importanza), tornano alla loro realtà di vita con una situazione interiore profondamente rinnovata: adesso essi “sanno” chi davvero sia Gesù, e questo avrà un impatto decisivo nel seguito del loro cammino terreno.

     La questione fondamentale, a cui probabilmente l’episodio della trasfigurazione intende dar risposta, è infatti proprio questa: Chi è Gesù? E qual è il vero senso della sua missione?

     Tale domanda, la cui importanza è inutile sottolineare, era già nata nella mente di molti (discepoli di Gesù compresi, naturalmente): secondo alcuni, egli era Giovanni Battista redivivo (la missione di Gesù, ricordiamolo, era iniziata subito dopo quella di Giovanni); secondo altri, Gesù era un generico profeta, o un guaritore, che agiva in nome di Dio; secondo altri ancora (pochi, in verità), Gesù era il messia tanto atteso, anche se tale concetto era più o meno inquinato dalle aspettative popolari di quell’epoca difficile. Il messia, secondo il pensiero maggiormente diffuso, avrebbe dovuto cacciare via i Romani invasori, e avrebbe dovuto poi instaurare un regno (politico) di pace, glorioso e prospero, che fosse la restaurazione definitiva dell’antico regno davidico.

     Invece, poco prima del suo conclusivo ingresso a Gerusalemme, Gesù comincia a parlare di “croce” e di “morte” ai suoi discepoli. Molti di loro si sentono confusi, e si domandano chi sia in realtà quel rabbi a cui si sono da tempo affidati, e che hanno seguito per ogni dove.

     Ecco, allora, che l’episodio della trasfigurazione si colloca come “pietra miliare” nel percorso, facile e difficile al tempo stesso, che conduce alla conoscenza di Gesù. Si badi bene, però: non alla sua conoscenza in termini umani, o magari razionali, bensì ad una conoscenza “intima”, che abbracci i contenuti della Sua Persona, anziché le Sue apparenze.

     Un’altra classica domanda, che sorge in merito all’episodio della trasfigurazione, è questa: Perché Gesù si porta dietro solo Pietro, Giacomo e Giovanni? Il disagio di molti, quando formulano questa domanda, nasce dal sospetto che Gesù si abbandoni a forme “discriminatorie” (cioè, di distinzione) che oggi sarebbero oggetto di aspre critiche. Viviamo infatti in un’epoca in cui, qui da noi, si vorrebbe evitare qualunque forma di discriminazione. In effetti, però, a ben vedere, non ogni forma di discriminazione è censurabile. Se, tanto per fare un esempio, non è ammesso passare direttamente dalla scuola di primo grado all’università, ciò non è per “negare il diritto” di qualcuno, bensì è per dare ai ragazzi il tempo e il modo di maturare, affinché al momento opportuno essi possano accedere, se lo desiderano, ad un particolare corso di studi, quando abbiano le basi teoriche e le esperienze necessarie per beneficiarne davvero.

     D’altra parte, Pietro, Giacomo e Giovanni, secondo i testi evangelici, sembrano essere i discepoli “più vicini” a Gesù (anche se solo fino ad un certo punto). Il motivo di tale “vicinanza”, ovviamente, non ci è noto. Ma credo rientri nell’esperienza di tutti noi il constatare come ci siano amici “più amici” di altri: persone con le quali si è stabilito, per motivi spesso indefinibili, un rapporto molto profondo e reciprocamente edificante. Non si tratta, dunque, di “forme discriminatorie” che si risolvano a danno degli uni e a beneficio degli altri; si tratta solo di situazioni di fatto, che con certe persone rendono possibile un dialogo profondo, e con altre no.

     D’altra parte (con ciò credo di dire una cosa risaputa), la validità di un insegnamento non sta solo nell’insegnamento stesso (in modo oggettivo), ma sta anche nella relativa maturità di chi lo riceve (in modo soggettivo). E’ questo, credo, il senso della famosa frase di Gesù: “Chi ha orecchie per intendere, intenda”. In altri termini, un insegnamento può essere utile solo per chi sia in grado di comprenderlo correttamente. Qui, come si può capire facilmente, c’è una “discriminazione” (distinzione) corretta, che ogni buon maestro, com’era Gesù, dovrebbe mettere in pratica.

     Ed ora, fatte queste doverose premesse, vediamo di affrontare alcuni aspetti specifici dell’episodio della trasfigurazione: innanzitutto, le vesti candide e splendenti. Si tratta, com’è facile intuire, di un candore ultraterreno, simile a quello, tanto per fare un esempio, degli angeli che testimoniano della risurrezione di Gesù. E’ il candore e lo splendore che richiama alla mente la gloriosa realtà di Dio stesso, il quale, come descritto dall’Antico Testamento, “si ammanta di luce”. Dunque, con tale chiave di lettura (che è anche quella degli Ebrei di quel tempo), Gesù si rivela non più come un semplice essere umano: la sua natura appartiene ad un ordine di esistenza superiore. Ma, fin qui, egli potrebbe essere semplicemente un essere angelico.

     Il secondo elemento importante è il seguente: Gesù appare in aperto dialogo con Mosè ed Elia. Ebbene, qui c’è da rammentare che Mosè rappresenta fisicamente la Legge morale e religiosa, promulgata da Dio per dare ordine, dignità e giustizia alla libertà del suo popolo; Elia, invece, rappresenta fisicamente tutto l’insieme dell’attività profetica, caratterizzata dallo Spirito che muove gli esseri umani, li richiama, li corregge, li indirizza, e li rende sempre più sensibili alla volontà di Dio. Oltretutto, c’è un particolare non secondario che fa riflettere: Gesù è al centro di queste due figure. Sembra così che Egli sia la sintesi e l’adempimento, al tempo stesso, della Legge e dei Profeti: in Gesù, detto con altre parole, la volontà del Padre celeste è attuata pienamente, e la voce dello Spirito si fa sentire forte come non mai.

     Fin qui, però, Gesù potrebbe essere soltanto un essere angelico incaricato di una grande missione religiosa, basata su un ritorno ad una fedele osservanza della Legge mosaica, o su un più attento ascolto della voce dello Spirito, basato magari su una vita maggiormente distaccata dalle incombenze mondane… Ecco allora introdursi l’elemento decisivo: una voce, che si capisce essere quella stessa di Dio, afferma che Gesù è il suo Figliolo diletto, colui nel quale si è compiaciuto.  Ne segue un imperativo categorico: “Ascoltatelo!”.

     Gesù, dunque, realizza l’estrema rivelazione di Dio stesso; Egli non solo si richiama al passato storico e religioso del popolo d’Israele, ma presenta anche delle “novità”, per le quali non si può fare a meno di ascoltarlo. Come poi, da lì a breve, sarà drammaticamente evidente per i suoi discepoli, a Gerusalemme, Egli offrirà se stesso come “ponte” di collegamento fra l’umanità peccatrice e il perdono di Dio. In Lui, giustizia e misericordia si incontreranno, verità ed amore si abbracceranno... Dunque, anche se ad un certo punto Egli parlerà di “croce” e di “morte”, i discepoli sono chiamati ad ascoltarlo attentamente, ed a credere in Lui, accantonando senza remore i loro schemi mentali umani, e tutte le loro aspettative di gloria terrena.

     Alla fine dell’evento (o della visione, fate voi), Pietro, Giacomo e Giovanni ridiscendono da quel monte, dietro a Gesù. Abbandonando l’idea di una mistica contemplazione fine a se stessa, si rituffano con Gesù nella missione. Essi, anzi, saranno poi riconosciuti dai primi cristiani come le “colonne” della chiesa nascente; non in virtù della loro qualità intrinseca, ovviamente, ma per la loro capacità di seguire il loro Maestro, e di credergli, anche a prezzo di dolorose contraddizioni interiori, anche a costo di vedere deluse le loro aspettative umane. Anzi, a costo di morire essi stessi, se necessario, per quella stessa gloriosa causa.

 

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