"E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi” (Giov. 14:3)

 

 

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UN’ANIMA TURBATA - di Gabriella Ciampi - 18-10-20

[un crogiolo]

 

Ora l’anima mia è turbata; e che dirò?

Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo io sono giunto a quest’ora.       Giovanni 12:27

Questo versetto oggi mi ha sorpreso, lasciata muta, sorpresa.

Nei versetti precedenti Gesù dice che se il granello di frumento non muore rimane solo, deve morire per produrre molto frutto (v.24).

Nel testo, dopo un po’, arriva il v.27. Vorrei leggere queste parole, capire questo messaggio, anche secondo un’ottica psicologica.

Qui si parla di un’anima turbata da ciò che sta vivendo, da uno stato emotivo, che ha paura di ciò che accade o sta per accadere. Vorrebbe essere risparmiata, sollevata, esonerata, vorrebbe scappare ed evitare quella situazione.

Facciamo sempre resistenza difronte al dolore, eppure il dolore è sempre portatore di un messaggio, ci parla sempre, ci dà sempre qualche informazione su di noi, su qualcosa che dovremmo analizzare meglio di noi stessi o del nostro ambiente. La sofferenza indica disagio, disarmonia, disturbo, ma noi tendiamo a voler immediatamente allontanarci dalla sofferenza prima ancora di ascoltare e capire cosa esattamente ci sta accadendo.

“Salvami da quest’ora?”

 Le cose accadono, noi non sappiamo fino in fondo perché. Ci diamo tante spiegazioni, ricerchiamo le relazioni causa-effetto cercando la causa prima, ma ci sfuggirà sempre il vero motivo, la causa all’origine di tutta la catena degli eventi.

Ma per questo io sono giunto a quest’ora!” 

Tutto è accaduto in un certo modo proprio perché quell’anima arrivasse a quel punto, a quel momento doloroso. E’ un passaggio necessario al piano di Dio.

Quante volte anche noi ci siamo trovati in un momento così, in cui soffriamo per qualcosa che non riusciamo ad accettare, per qualcosa di troppo doloroso da farsene una ragione? Una situazione pesante che si trascina da tempo o che sta per arrivare, un lutto improvviso inaccettabile, la perdita di qualcosa che ci è necessario… o anche siamo stati in una sofferenza psicologica, interiore, un conflitto forte o un momento di grande confusione dove ci siamo sentiti persi, senza via d’uscita, senza speranza.

Noi che siamo credenti, che abbiamo fede, possiamo dare un senso anche a momenti di questo genere: noi sappiamo che c’è un piano di Dio, un programma su di noi, uno su ciascuno di noi. Possibile che dimentichiamo il fatto che siamo parte di un progetto divino? Non possiamo scordare che ogni evento, ogni accadimento, è pianificato da Dio, da Lui previsto, le nostre conquiste come le nostre sconfitte, le nostre gioie come i nostri dolori, i momenti facili come quelli difficoltosi.

Non voglio certo dire che le sofferenze e le disgrazie sono mandate da Dio ma che possiamo interpretarle e considerarle come parte del percorso di maturazione, di crescita interiore personale per avvicinarci di più a Dio.

Ecco, come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani - Geremia 18:5

1Pietro:6-7

6 Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, 7 affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo.

C’è un nesso certamente tra il seme che deve morire per dar frutto e l’accettazione della sofferenza: accettare il patimento significa morire a se stessi, morire nelle aspettative, abbandonare i programmi, il controllo sugli eventi quando è evidente che non abbiamo alcun potere di modificare l’andamento delle cose.

Il seme che muore darà molto frutto.

Accettare i momenti difficili, la fatica durante le crisi, e morire a se stessi per dare tempo alla costruzione di Dio, far spazio alla nuova nascita, alla nuova vita, quella che Dio ha in mente per noi. Dobbiamo lasciarlo fare, dobbiamo permettergli di lavorare su di noi, come lasciamo fare ad un medico che maneggia sulla nostra ferita infetta mentre noi piangiamo per il dolore.

 

 

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