IL TERZO COMANDAMENTO BIBLICO - NON PRONUNCIARE IL NOME DEL SIGNORE INVANO [1]  da "AVVICINIAMOCI AI COMANDAMENTI BIBLICI IN MODO RAGIONATO" parte 29 - di Renzo Ronca – 26-3-19

 

 

Negazione di san Pietro, dipinto di Caravaggio

 

Es 20:7 Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

 

 

(segue)

 

SOLO “NON BESTEMMIARE?”

             Per questo comandamento dalle mie parti si è sempre inteso un generico “non bestemmiare”, ma questo è solo lo strato più superficiale di un significato ben più profondo.  Nelle zone dove io sono nato (centro Italia, specialmente la Tuscia cioè la zona Alto Lazio e Toscana) la bestemmia ancora adesso è incredibilmente “normale”, non solo quando uno si arrabbia e impreca, ma anche nei discorsi blandi con qualsiasi tipo di argomento o di umore. Nel linguaggio comune popolare la bestemmia è diventata una specie di intercalare, cioè una parola o frasetta che senza accorgersene si inserisce in qualsiasi discorso. Purtroppo quasi nessuno si scandalizza. E’ comprensibile dunque che in un tessuto sociale così, la Chiesa cattol. abbia prima di tutto sottolineato la proibizione a bestemmiare. Probabilmente poi, non essendoci stati risultati evidenti, ha forse ritenuto di non approfondire oltre, limitandosi a qualche rimprovero durante le confessioni auricolari.[2]

            

CONTRO QUALSIASI USO NON NECESSARIO       

Il non pronunciare il nome di Dio invano però si riferisce anche a qualsiasi uso frivolo o leggero o inutile si faccia di questo Nome.[3] 

Questo è validissimo anche per un meccanismo psicologico che oggi possiamo arrivare a capire abbastanza bene: qualsiasi nome quando è ripetuto continuamente fa perdere al nome la sua originalità, preziosità e, diventando comune, diventa anche banale. Ripetere il nome del Signore in ogni circostanza lo priva del suo significato che invece va rispettato e protetto.

            

UN METODO PERSONALE PER APPROFONDIRE I COMANDAMENTI

             Per ovviare alla nostra superficialità occidentale o alla nostra tendenza a mettere tutto in discussione e a filosofeggiare senza fine, io trovo positiva una specie di terapia di contrasto; ovvero mi avvicino a chi della legge nell’Antico Testamento ne ha fatto un principio di vita: mi riferisco agli scritti degli studiosi ebrei, anche se non sono facili a trovarsi. Mettendo vicini questo e quello posso formarmi una idea che non sia né legalista né superficiale. Mettendo poi questa idea al centro di meditazioni in preghiera davanti al Signore, tornandoci più volte, posso trovare spazi e profondità notevoli molto edificanti a lode e gloria di Dio.

 

PER I GIUDEI

Per i Giudei è scontato il non bestemmiare; un peccato gravissimo; forse è superfluo persino parlarne. Leggendo qualche studio ebraico su qs comandamento ho avuto l'impressione che essi siano andati molto più in profondità di quanto abbiamo fatto noi. Non si tratta affatto del solo "non bestemmiare".  Essendo l’ebraico, l’aramaico, la loro lingua, gli Ebrei possono cogliere delle pieghe e intenzioni a noi sconosciute. Nessuno può farlo meglio di loro e quindi noi abbiamo molto da apprendere se ci accostiamo con la dovuta modestia. Chi vuole avvicinarsi ai significati più veri deve anche sapersi muovere con attenzione tra tutte le versioni bibliche che abbiamo, perché queste -tutte quante- sono solo traduzioni; per questo la ricerca dei significati originali, per quanto faticosa, è molto importante.[4]

 

SERIETA’ E GRAVITA’ DEL COMANDAMENTO

La serietà/gravità del terzo comandamento si comprende subito per un fatto evidente che ho sottolineato: “Poiché il Signore non lascerà impunito chi avrà pronunciato il Suo nome invano”. «Per altri peccati menzionati nelle Scritture, la Torah dice che il Signore perdona e assolve il peccatore, solamente qui viene detto che D-o[5] non assolve; per tutti i peccati la responsabilità ricade solo su coloro che li compiono, mentre invocare il Nome di D-o inutilmente può causare punizioni al mondo intero; se esistono altri meriti D-o ritarda la punizione dei peccatori, ma per questa violazione D-o combina subito la punizione. Un giuramento falso ha infatti un devastante potere distruttivo»[6]

            

Per quanto a noi europei questo edificante pensiero ebraico possa sembrare esagerato, questo pensiero ebraico ci porta a ragionare sul fatto che la gravità del peccato non è confinata solo a chi offende Dio, ma si estende anche al mondo, che sempre più giace sotto il peccato.[7] Quindi chi offende l’Eterno ha la responsabilità anche della sua famiglia, della sua chiesa, del suo paese, della sua nazione, di tutto il creato che lo circonda. Questo pensiero ebraico riportato sopra non deve servire ad aumentare il senso di colpa eventuale per la trasgressione, ma a renderci più consapevoli che, secondo il pensiero di Dio, non esiste l’uomo singolo che agisce per conto suo, ma esiste un insieme di cui facciamo parte, che possiamo peggiorare o migliorare in base al nostro rapporto con Dio, Il Quale è il Principio della vita nell’eternità. Se io pecco insomma, la cosa non riguarda solo me singolarmente, ma siccome io vivo in un contesto sociale ampio e complesso, la condizione di ostilità contro Dio (peccato) in cui mi vado a mettere, è come una carica mortale (la radice del peccato è la morte[8]) che mi porto appreso dovunque vada e che posso “trasmettere”, in un certo senso, anche a chi mi sta vicino, accumulando sempre più peccato su peccato. Per questo il peccatore deve al più presto ritrovare la pace nel cuore per mezzo di Cristo (l’unico che può darla - Giovanni 14:27) riallacciando vincoli di pace con Dio Padre: “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 5:1)

 

IL SIGNIFICATO DI “INVANO”

“Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano…”

«La notissima forma “invano” è dovuta a Girolamo che così tradusse l’ebraico in latino: “Non adsumes nomen Domini Dei tui in vanum” (Es 20:7, Vulgata). Il significato solitamente attribuito all’espressione è che non si deve pronunciare il nome di Dio per leggerezza o addirittura per bestemmia. Così si pensa.

   Noi che però vogliamo andare sempre a fondo, guardiamo invece a cosa dice la Bibbia. E scopriamo che dice, letteralmente: “Non solleverai nome di Yhvh Dio tuo לַשָּׁוְא [lashàv]”. Se volessimo dirla in linguaggio moderno e popolare, il Comandamento intima: Non lo tirerai in ballo. Ma la nostra attenzione si fissa su quel lashàv (לַשָּׁוְא). E scopriamo che l’interpretazione “invano” è debole, coinvolgendo solo il nostro modo di parlare. L’espressione ebraica lashàv ha invece un valore forte, significando che non si può invocare il nome divino su ciò che è moralmente cattivo e contrario alla santità di Dio. Nel Comandamento è coinvolto anche il modo di vivere e non solo quello di parlare.

   Un’applicazione concreta, ad esempio, che il Comandamento ha avuto la troviamo in Lv 19:12: “Non dovete giurare in nome mio su una menzogna, in modo da profanare in effetti il nome del tuo Dio”.

   Sulla stessa linea, la traduzione greca della LXX traduce lashàv (לַשָּׁוְא) con ἐπὶ ματαίῳ (epì matàio): “Su ciò che è privo di forza / privo di verità / inutile / di nessuno scopo / vano”. Dopotutto, è anche il senso che gli diede Girolamo: “In vanum” significa “su ciò che è vano / inconsistente”.

Girolamo voleva dare un valore forte all’espressione. Infatti, “invano” con il valore di “alla leggera”, in latino si direbbe frustra. L’errore è stato dunque quello di unire in “invano” (avverbio) le due parolette che nella traduzione di Girolamo erano invece separate: “in vanum” (preposizione seguita da un nome).»[9]

Secondo questi studiosi del sito “Biblistica” dunque, la versione più aderente all’originale del terzo comandamento biblico sarebbe: “Non alzerai il nome di Yhvh, Dio tuo, per una falsità”. – Es 20:7

 

Qui arriviamo al centro delle spiegazioni dal punto di vista giudaico, che è quello del non giurare falsità in nome di Dio:

             «Il terzo Comandamento, quindi, in realtà significa “Non devi giurare falsamente nel nome di Yhvh tuo Dio”. – Encyclopaedia Judaica.

   L’ebraico “non alzerai” (לֹא תִשָּׂאlo tisà) potrebbe significare sia alzare la voce per pronunciare il nome che portare il nome alle labbra.[10] Il salmista, quando dice in Sl 16:4: “Né le mie labbra proferiranno i loro nomi [quegli degli idolatri]”, dice in ebraico בַל־אֶשָּׂא  (val-esà), “non alzerò” riferito ai loro nomi. Lo stesso verbo “alzare” è usato in Es 6:8 – tradotto “Vi farò entrare nel paese che giurai di dare ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe” – che nell’ebraico è : “Alzai [נָשָׂאתִי (nasàty)] la mano in giuramento” (TNM). L’illustre Samuel Davìd Luzzatto (1800-1865), ebraista e traduttore biblico, nella sua traduzione italiana della Bibbia, dà a lashàv (לַשָּׁוְא) il senso di “in falso”. Rabbi Levi, nel Midràsh Parashàt Kedoshìm, dimostrando che tutti i Comandamenti sono accennati nel cap. 19 di Levitico, segnala come Lv 19:12 corrisponda al terzo comandamento: “Non dovete giurare in nome mio su una menzogna, in modo da profanare in effetti il nome del tuo Dio” (TNM). Il significato del Comandamento è dunque dato in modo preciso dal Luzzatto.

   Non si deve quindi giurare il falso nel nome di Dio. Ciò non comporta che non si possa giurare nel nome di Dio. Anzi, in Es 20:11, nel caso di accusa di danneggiamento d’un bene altrui, “fra loro due deve aver luogo un giuramento per Geova [“Yhvh” nel testo biblico]” (TNM). E Dt 6:13 esplicitamente comanda: “Temerai il Signore, il tuo Dio, lo servirai e giurerai nel suo nome”.

   Come vanno intese allora le parole di Yeshùa [Gesù n.d.r.]: “Non giurate affatto” (Mt 5:34)? Vanno intese nel contesto in cui le disse. “Avete anche udito che fu detto agli antichi: ‘Non giurare il falso; da’ al Signore quello che gli hai promesso con giuramento’. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: ‘Sì, sì; no, no’; poiché il di più viene dal maligno” (Ibidem, vv. 33-37). Yeshùa richiama Lv 19:12 che vietava di giurare in nome di Dio su una menzogna e  Nm 30:2 che avvertiva di mantenere i propri voti. Il rimprovero che Yeshùa fa ai giudei riguardava la loro abitudine di giurare alla leggera: lo facevano indistintamente per qualunque cosa. Così, come se niente fosse, giuravano “per il cielo”, “per la terra”, “per Gerusalemme” e ‘per la propria testa’. Yeshùa fa notare che il cielo è “il trono di Dio”, la terra è “lo sgabello dei suoi piedi”, Gerusalemme è “la città del gran Re” e fa notare che la testa (e quindi la vita) dipende solo da Dio. Giurare su tali cose era come giurare nel nome di Dio, cosa da non trattare alla leggera, come loro facevano. Ecco quindi il suggerimento prudenziale: “Il vostro parlare sia: ‘Sì, sì; no, no’”. La sua spiegazione: “Poiché il di più viene dal maligno” dice tutto il rischio dei giuramenti fatti con leggerezza.

   Non si tratta di una modifica del Comandamento. Yeshùa non aveva l’autorità per farlo, né poteva averne la minima intenzione perché aveva ‘la parola di Dio dimorante in lui’ (Gv 5:38): “La parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato” (Gv 14:24). Yeshùa stesso era sotto la Legge e la rispettava. Quando fu processato, il sommo sacerdote richiese che egli giurasse in nome di Dio, e lui lo fece (Mt 26:63,64). Il suo “non giurate affatto” (Mt 5:34) era quindi un suggerimento alla prudenza che rendeva ancora più stringente il Comandamento: mantenere la propria parola è da lui considerato un sacro dovere da valutare come un giuramento. Un’ulteriore spiegazione del senso delle sue parole lo troviamo in Mt23:16-22, dove smascherando l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, dice: “Guai a voi, guide cieche, che dite: Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro? E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta? Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quello che c’è sopra; e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra”.

   Giacomo, confermando il pensiero di Yeshùa, dice: “Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra, né con altro giuramento; ma il vostro sì, sia sì, e il vostro no, sia no, affinché non cadiate sotto il giudizio” (Gc 5:12). Si noti qui la stessa motivazione che Yeshùa aveva dato: “Affinché non cadiate sotto il giudizio”. Dio dice: “Non amate il falso giuramento; perché tutte queste cose io le odio” (Zc 8:17). Giurare spesso e su qualsiasi cosa può creare l’abitudine di usare la formula del giuramento come un intercalare: molte persone, dicendo cose anche poco importanti, usano aggiungere: “Te lo giuro!”. Per cui, le affermazioni di Yeshùa e di Giacomo sono contro l’uso indiscriminato dei giuramenti e non vanno intese come divieti assoluti che impediscano di giurare sempre. A volte è necessario assicurare ad altre persone la serietà e la veridicità di ciò che si dice. Come abbiamo visto, Yeshùa stesso giurò davanti al sommo sacerdote (Mt 26:63,64). Anche Paolo, per dare maggior peso alla sua affermazione, in 2Cor 1:23 fa una dichiarazione giurata: “Ora io chiamo Dio come testimone sulla mia vita che è per risparmiarvi che non sono più venuto a Corinto”. Lo stesso fa in Gal 1:20; “Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento”.

   Il giuramento è praticato da Dio stesso: “Egli [Yeshùa, divenuto sacerdote] lo è con giuramento, da parte di colui che gli ha detto: ‘Il Signore ha giurato e non si pentirà: Tu sei sacerdote in eterno’ (Eb 7:21). “Quando Dio fece la promessa ad Abraamo, siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per se stesso” Eb 6:13). Nella Sacra Scrittura si rinviene oltre una cinquantina di casi in cui Dio giura.

   Il terzo Comandamento intima dunque di non giurare il falso usando il nome di Dio. Pietro violò questo Comandamento quando durante la notte dell’arresto di Yeshùa, negando per ben tre volte di conoscerlo, “cominciò a imprecare e a giurare: ‘Non conosco quell’uomo!”. – Mt 26:74.»[11]

 

SINTESI AL PUNTO IN CUI SIAMO ARRIVATI

La dimenticanza del quarto comandamento (riposo sabbatico) la confusione tra il primo e il secondo (che viene addirittura cancellato esponendo i fedeli al peccato), la continua trasgressione del terzo (e tutto quello che vedremo nel proseguo della nostra trattazione), ci mostra la lontananza nostra dalla parola di Dio. Chiediamo nelle nostre preghiere l’aiuto del Signore per non andare alla deriva come sta facendo il mondo. Impegniamoci nel timor di Dio e nel rispetto che Gli è dovuto.

 

(continua)

 

 

 


 

[1]

«Questo Comandamento, così espresso, potrebbe suscitare sorpresa in chi, sin da piccolo, si è abituato a recitare a memoria: “Secondo: Non nominare il nome di Dio invano”. Per molti, soprattutto cattolici, potrebbe essere una sorpresa leggerlo in questa formula e sapere che si tratta in effetti del terzo, e non del secondo comandamento (la Chiesa Cattolica ha eliminato il secondo che proibisce l’idolatria e ha diviso in due il decimo)  Comunque, vogliamo qui analizzare bene ciò che la Bibbia dice.»  [da IL TERZO COMANDAMENTO – biblistica – in http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=712]

NUMERAZIONE DEI COMANDAMENTI – Nei nostri scritti ci rifacciamo alla numerazione canonica così come si trova nella Bibbia, data da Dio,  non alla versione catechistica cattolica dove è stato cancellato il secondo comandamento e diviso il decimo per far tornare il conto di dieci. Maggiori chiarimenti sono nella parte 14: “IL SECONDO COMANDAMENTO – LA NUMERAZIONE DEI COMANDAMENTI – LA VERSIONE MNEMONICA CATTOLICA”  (n.d.r.)

 

[2]

Confessioni auricolari: sono le classiche confessioni dei peccati ad un prete, come in uso nella chiesa cattolica che qui è quasi il 99%. Gli evangelici come noto usano confessare i peccati solo a Dio.

 

[3]

«La proibizione si riferisce non solo al divieto di pronunciare il nome del Signore inutilmente, ma anche di invocare vanamente il Suo Nome.» (da  “Le dieci parole” di Aseret Hadibberot in http://www.e-brei.net/uploads/Shavuoth/10comandamenti.pdf)

 

[4]

 «La Bibbia, la Sacra Scrittura autentica e vera, è una sola: quella dei testi originali in ebraico, aramaico e greco. Tutte le altre Bibbie – siano cattoliche, protestanti o dei Testimoni di Geova – sono delle traduzioni. Di per sé una traduzione è già un’interpretazione e tradurre è un po’ tradire. Ciascuna traduzione biblica ha pregi e difetti. Noi non privilegiamo una traduzione particolare, consapevoli che una migliore delle altre non esiste. Le citiamo quindi liberamente tutte. D’altra parte, una versione biblica di riferimento occorreva averla. Abbiamo scelto la Nuova Riveduta, non perché la reputiamo superiore alle altre, ma perché ci sembra un buon compromesso che può accontentare tutti: certamente molti protestanti, ma anche i cattolici e perfino di Testimoni di Geova, che la usavano prima di avere una traduzione propria. Se non altro, ha il pregio di non contenere gli scritti apocrifi, che al canone biblico non appartengono.» Da “Biblistica” https://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=10

 

[5]

Gli Ebrei hanno un così grande rispetto per questo comandamento che evitano anche di scrivere la parola “Dio” usando invece “D-o” oppure la sostituiscono con Signore, Santo, Santissimo il Santo Benedetto, ecc. (n.d.r.)

 

[6]

da Aseret Hadibberot – “Le dieci parole”

 

[7]

1Giovanni 5:19 “ Noi sappiamo che siamo da Dio, e che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno”;

Salmi 60:2 “Tu hai fatto tremare la terra, l'hai squarciata; risana le sue fratture, perché essa barcolla”

Isaia 3:8 “Gerusalemme infatti barcolla e Giuda cade, perché la loro lingua e le loro opere sono contro l'Eterno, per provocare ad ira lo sguardo della sua maestà.”

 

[8]

Rom 5:21a “il peccato regnò mediante la morte”;  Romani 6:23a “perché il salario del peccato è la morte”.

 

[9]

Da “Biblistica” in  http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=712 (il grassetto è nostro)

 

[10]

[nota aggiunta dal redattore:] Il pensiero dei rabbini è piuttosto articolato e si arricchisce continuamente. Altri spunti per riflessioni: « Ramban sottolinea che le Scritture non usano la frase lo tishava' (tu non giurerai), ma la frase lo tissa (tu non porterai il nome di D-o invano). Questo significa che é proibito menzionare il nome di D-o vanamente e questo in qualsiasi momento, anche al di fuori di un giuramento: mozi shem shamaim levatala (usare il Nome di D-o inutilmente). […]  Pesikta Rabbati 22 offre molte interpretazioni al verso: non portare il nome di D-o su te stesso, ovvero non bisogna elevarsi a rappresentare la divinità, ad autonominarsi come autorità della Torah. (da Aseret Hadibberot – “Le dieci parole”)

 

[11]

Da “Biblistica” in  http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=712 (il grassetto è nostro)

 

 

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