Il ricco e  Lazzaro - Luca 16:19-31 – di T. M. - 15-7-18

 

19 «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; 20 e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. 23 E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". 25 Ma Abraamo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". 27 Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". 29 Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". 30 Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". 31 Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

 

Parabola celebre, quella riportata da Luca, per il significato profondo e per le implicazioni che lascia trasparire su ciò che ci attende al termine della vita terrena. Il passo è tra i più noti del Vangelo e riguarda un ricco, che vive nel lusso sfrenato, e un povero, talmente povero che l’unica compagnia di cui può giovarsi è quella dei cani che gli leccano le ferite. Alla loro morte, il ricco finisce nell’Ades, mentre il povero è portato dagli angeli al cospetto di Abramo. Il ricco chiede invano ad Abraamo che la sua tortura sia lenita o, almeno, che la sua sorte sia risparmiata ai familiari ancora in vita. Ma come risposta alle sue tre invocazioni ottiene sempre una porta chiusa. La stessa porta che, in vita, lui aveva chiuso al povero Lazzaro. Va chiarito, laddove ce ne fosse bisogno, che non siamo di fronte alla dantesca legge del contrappasso. Ciò che condanna il ricco e premia il povero non sono le rispettive condizioni di opulenza e miseria. Ricchezza e povertà non sono buone o cattive di per sé: a fare la differenza è l’atteggiamento che i due protagonisti hanno avuto nei confronti di sé, del prossimo e di Dio.

In realtà, nulla lascia intendere che il ricco fosse una persona cattiva, che maltrattasse il prossimo o che avesse ottenuto i propri averi in maniera illecita. Ma è piuttosto evidente che, a causa del suo egocentrismo, nel ricco non c’era spazio per la misericordia, per la carità, per l’amore disinteressato, per una fede matura e ragionata.  Il ricco era talmente concentrato su se stesso e sul godimento dei beni terreni, che nella sua vita c’era posto solo per gli amici con cui festeggiare e fare sfoggio dei propri beni. Non c’era posto per il povero Lazzaro, che si sarebbe accontentato delle briciole che cadevano dalla sua tavola. E non c’era posto per Dio, perché incompatibile con la sua idea di divertimento, di vita spensierata. A condannare il ricco sono stati l’eccesso di “io” e la conseguente assenza totale di Dio, che gli hanno impedito di fare tesoro del proprio tempo terreno. Viceversa, Lazzaro non aveva compiuto nulla di straordinariamente meritevole, o se l’aveva compiuto non ci viene narrato, tranne il fatto di avere accettato serenamente la propria condizione, senza smettere di avere fiducia in Dio. E, come lascia intendere il suo nome (Lazzaro significa Dio aiuta), è stato premiato.

Decretate le sorti, in attesa del giudizio universale, tormentato nell’Ades il ricco si rivolge ad Abraamo, chiedendo che permetta a Lazzaro di svolgere alcune commissioni per suo conto. Ci sono due punti da sottolineare. Il primo è che il ricco, evidentemente, conosceva Lazzaro nella sua vita terrena o, comunque, ha riconosciuto in lui il povero che soggiornava davanti al suo uscio. Il secondo è che continua a considerare Lazzaro come una sorta di fattorino, un subordinato. Nonostante la punizione, il ricco sembra non avere mutato il suo pensiero, non dà cenni di cambiamento rispetto alla vita terrena.

Da notare, quindi, le risposte di Abraamo. La prima, in cui evidenzia l’esistenza di una grande e incolmabile voragine «fra noi e voi (il ricco, quindi, non è solo e anche questo fa riflettere)», come quella che il ricco, in vita, aveva costruito tra lui e Lazzaro. La seconda, in cui esplicita che gli uomini hanno già i mezzi, Mosè e i profeti, per ottenere la salvezza eterna. E la terza, in cui lapidariamente afferma: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita». Una risposta molto forte, la terza, in cui si evidenzia che neppure il più grande dei miracoli può dare la fede a chi ha liberamente scelto di non averne.

 

 

 

 

 

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