IL CRISTIANO DEDICA LA SUA VITA A DIO –Romani 12:1-2 - Studio approfondito su varie traduzioni bibliche – di T.M. – 8-7-18

 

 

 

Romani 12:1-2

 

Originale greco

1Παρακαλῶ οὖν ὑμᾶς, δελφοί, δι τῶν οἰκτιρμῶν το θεοῦ παραστῆσαι τ σώματα ὑμῶν θυσίαν ζσαν γίαν εάρεστον τ θεῷ , τὴν λογικν λατρείαν ὑμῶν· 2καὶ μὴ συσχηματίζεσθε τῷ αἰῶνι τούτ, ἀλλὰ μεταμορφοῦσθε τνακαινώσει το νοός, εἰς τ δοκιμάζειν ὑμᾶς τί τ θέλημα τοῦ θεοῦ, τὸ ἀγαθὸν κα εὐάρεστον κα τέλειον. 

 

 La vita al servizio di Dio -   1Dio ha manifestato la sua misericordia verso di noi. Vi esorto dunque, fratelli, a offrire voi stessi a Dio in sacrificio vivente, a lui dedicato, a lui gradito. È questo il vero culto che gli dovete. 2Non adattatevi alla mentalità di questo mondo, ma lasciatevi trasformare da Dio con un completo mutamento della vostra mente. Sarete così capaci di comprendere qual è la volontà di Dio, vale a dire quel che è buono, a lui gradito, perfetto. (Interconfessionale)

 

La consacrazione a Dio 1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. (NR)

 

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (CEI)

  

In questo passo della lettera ai Romani, Paolo pone l’accento su un aspetto fondamentale nella vita di ogni cristiano: la consacrazione a Dio. Consacrare significa dedicarsi interamente, anima e corpo, dare totalmente se stessi (1). Come avviene questa consacrazione? Paolo, come di consueto, in poche e dirette parole ci indica la direzione. Prima di addentrarci in una riflessione su quanto dice l’apostolo, vale la pena soffermarsi sulle diverse sfumature date dalle varie traduzioni al testo originale. Una parola, in particolare, appare essere determinante e riguarda il verbo μεταμορφόω (metamorfòo, letteralmente mutare, trasformare), tradotto come «lasciatevi trasformare», «siate trasformati» o «trasformatevi» a seconda della traduzione di riferimento. Differenze tutt’altro che banali.   

Nel testo originale in greco antico il verbo in questione è μεταμορφοῦσθε (metamorfùsthe), che equivale alla forma imperativa presente passiva seconda persona plurale di μεταμορφόω (quella imperativa presente attiva è μεταμορφοῦ-ετε -metamorfùete ). La traduzione più letterale, quindi, è quella della NR: «siate trasformati». La traduzione «Lasciatevi trasformare» proposta da ABU-LDC (interconfessionale), anche se meno letterale, rende molto bene il concetto del non porre limiti e impedimenti all’azione divina della trasformazione. Così come non va sottovalutata la traduzione della CEI, che predilige la forma riflessiva «trasformatevi» al posto della passiva «siate trasformati», per rimarcare il non rimanere inerti di fronte alla trasformazione, ma la necessità di fare, pur guidati, pur di riflesso appunto, la propria parte. Per contro, senza analizzare il testo in lingua originale, la traduzione della CEI è quella che potrebbe indurre più facilmente in errore il lettore, prestandosi a significati anche molto diversi tra loro. Come tutte le traduzioni “libere”, dovrebbe essere accompagnata da una spiegazione rigorosa, per non indurre le persone poco preparate, come me, a possibili distorsioni del senso reale.

Guardando il testo originale in greco nel suo complesso, la traduzione più fedele all’originale e, quindi, più adatta a chi si approccia per la prima volta alle Scritture, è quella della NR. Quella interconfessionale e, soprattutto, quella della CEI, pur senza stravolgere il senso originale, danno già un indirizzo, abbozzano un’interpretazione che, pur non dubitando essere esatta, va chiarita, anche se l’esortazione iniziale di Paolo in parte già ci aiuta a ben interpretare il passo successivo. Va anche fatto notare che la particella οὖν (che significa dunque, orbene, per conseguenza) non è secondaria: Paolo sta sviluppando qualcosa detto in precedenza. Da qui la necessità di contestualizzare la frase all’interno di un testo più ampio, per poterla comprendere meglio.  

Detto ciò, veniamo alla riflessione vera e propria, una riflessione non certo esaustiva ma che, mi auguro, possa essere di spunto per ulteriori riflessioni e approfondimenti. Innanzi tutto, l’accento viene posto sulla misericordia di Dio. Dio non è padrone, ma è padre. E come padre si preoccupa di fare in modo che i suoi figli crescano nel migliore dei modi. Come suoi figli, a nostra volta, se vogliamo essere buoni figli, abbiamo il dovere di mettere in pratica i Suoi insegnamenti. Ma Paolo si spinge oltre. Esorta (e il verbo utilizzato, Παρακαλῶ -parakalò-, sottintende un’esortazione più prossima al comando che alla supplica) a offrirsi totalmente, anima e corpo, a Dio. Tutta la nostra vita deve diventare un inno a Dio. Un “sacrificio vivente” dice addirittura Paolo. Non possiamo, quindi, risparmiarci. Il fine ultimo di ogni nostra azione dev’essere Dio e non il nostro io. Non basta ricordarsi di Dio la sera prima di coricarsi o un’ora la domenica. La relazione con Dio va costruita e rafforzata giorno dopo giorno, ora dopo ora. Entrare in comunione con Dio significa chiedersi cosa sia giusto per Dio, anche se non lo è per noi. Pregare, allora, non è parlare con Dio ma, innanzi tutto, ascoltare Dio. Condizione base per essere trasformati è l’ascolto.

Mi viene in mente il Vangelo di Matteo 6,24-34 (mi viene in mente spesso, a dire la verità), in cui l’Evangelista ci mette di fronte due scelte: o il mondo e le sue seduzioni (mammona) o Dio. Dio non disconosce l’importanza delle cose belle che ci ha donato, altrimenti non ce le avrebbe donate, ma allo stesso tempo vuole che capiamo che il senso della vita non sono i vestiti, il cibo, gli agi mondani. Il senso della vita è cercare «il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Facile a dirsi. A farsi è difficilissimo, perché richiede un ribaltamento totale delle nostre abitudini e convinzioni. Accade che, proprio perché colpevolmente poveri di risorse spirituali, ci aggrappiamo alle comodità del mondo. Meglio uscire con gli amici che pregare, tanto Dio è buono e ci perdonerà. Meglio lavorare dieci ore al giorno per guadagnare e dedicare dieci minuti alla preghiera, tanto Dio ci capirà. Non stiamo parlando di azione malvagie, ma di atti buoni, come l’amicizia e il lavoro indubbiamente sono. Ma così agendo, Dio viene dopo le cose che Egli stesso ci ha donato. Ecco, proprio da questo Paolo ci mette in guardia. Dio dev’essere il centro della nostra vita. Sempre, in ogni istante. Non basta essere buoni, se la nostra bontà non è finalizzata alla gloria di Dio. Inutile lavorare fino a tardi, se questo ci allontana da Dio. Inutile soffrire, se la nostra sofferenza non serve a rafforzare la fede in Dio. Dio ci riempie di grazie ogni giorno, solo che non ce ne accorgiamo. Ecco, allora non conformiamoci a questo mondo, lasciamoci trasformare da Dio e questo stesso mondo ci apparirà da un’altra prospettiva. Non chiediamo a Dio ciò di cui non abbiamo bisogno, ma cerchiamo Dio in tutte quelle cose che ogni giorno ci dona e di cui spesso neppure lo ringraziamo.

Paolo non dice di sostituire la nostra mente, di rinnegare la nostra facoltà di giudizio, ma di rinnovarla, alla luce di una Verità che trascende questo mondo. Il Vangelo di Matteo 7, 15-20 parla di alberi che danno frutti buoni e di alberi che danno frutti cattivi. Ora, chi ha dimestichezza con la vita di campagna, sa che un albero, per dare frutti buoni, deve essere coltivato, innestato, potato, curato (dalle mie parti si dice “calmato” per indicare l’insieme delle operazioni che trasformano l’albero da selvatico a generatore di frutti). Senza le amorevoli cure del contadino, un albero darà solo frutti selvatici (spesso neppure quelli) che, per quanto possano essere apprezzati, non saranno mai quantitativamente e qualitativamente all’altezza di quelli che darà se sarà trasformato dal coltivatore. Ecco, senza la trasformazione di Dio non potremo mai dare frutti buoni. Certo, questa trasformazione richiede sacrifici e cambiamenti anche da parte dell’albero. Restare “selvatici” è sicuramente più facile. Ma l’agricoltore avrà la medesima considerazione dell’albero che ha dato frutti buoni da quello che non ne ha dati o ne ha dati di cattivi?

C’è un bellissimo canto che recita: «Spirito di Dio, scendi su di noi! Fondici! Plasmaci! Guidaci! Sorreggici!». Ecco, è praticamente quello che ci dice Paolo tradotto in note. Preghiamo quindi Dio, giorno dopo giorno, affinché il suo Spirito plasmi la nostra vita, donandole un nuovo vigore, un nuovo modo d’essere, così da divenire quei figli di cui potrà essere fiero.

 

 

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(1) Credo sia opportuno ricordare il diverso modo di intendere la persona “consacrata” da parte delle chiese evangeliche e da parte della Chiesa cattolica.

PROTESTANTESIMO-EVANGELICI – Dopo la riforma luterana, nelle chiese evangeliche tutti i fedeli sono responsabilizzati come sacerdoti (da “sacer” sacro e “do” io do, faccio, formo – www.etimo.it/?term=sacerdote&find=Cerca; cioè Dio rende sacra una persona credente per i meriti di Cristo): “Tutti i credenti partecipano al sacerdozio universale. Gesù Cristo è l’unico mediatore tra essere umano e Dio e mediante Lui ogni credente ha un rapporto diretto con Dio. Grazie al battesimo ed alla fede ogni cristiano partecipa al ministero sacerdotale. Non esiste alcuna sostanziale differenza qualitativa tra i Pastori e gli altri membri della Chiesa; l’unica vera differenza e di tipo funzionale e rappresentativo.” https://www.chiesaluterana.it/principi-base/

Nel credente cristiano evangelico la “consacrazione” è uno dei passaggi della maturità di fede nel suo cammino, valutata con estrema serietà tra l’anima dell’individuo e lo Spirito Santo.

CATTOLICESIMO – Vi è una distinzione netta tra il semplice credente e chi è parte del clero della Chiesa Romana (comunemente detto  “consacrato”, “ordinato”, “che ha preso i voti”). “Come leggiamo nel Catechismo (n. 1554), secondo la dottrina cattolica «esistono due gradi di partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l’episcopato [vescovi] e il presbiterato [preti]. Il diaconato è finalizzato al loro aiuto e al loro servizio (http://www.famigliacristiana.it/blogpost/diaconi-e-laici-che-differenza-c-e.aspx). Vi sono poi i “Religiosi” (suore e frati) che vivono in “Famiglie” (monasteri, conventi, ecc). Tra questi “Religiosi” maschi non tutti sono ordinati sacerdoti, alcuni possono essere solo dei “consacrati laici”, purché comunque abbiano fatto voto di castità, povertà, obbedienza alla gerarchia (http://www.diodopointernet.it/page.asp?pageID=3295).   

CONCLUSIONI - Il credente evangelico vive in prima persona il rapporto con Dio, per i merito di Gesù, per mezzo dello Spirito Santo, senza delegare ad altri uomini l'incarico di curare la sua anima. Questo lo spinge ad una maggiore conoscenza degli insegnamenti scritturali biblici e ad una maggiore attenzione riflessione e scelta delle sue azioni, di cui rimane responsabile davanti all'Eterno.

Per ulteriori approfondimenti può essere utile il nostro studio su youtube: “CONSULTARE DIO, parte 1 - LA GIUSTA CONDIZIONE - SIGNIFICATI DI "SANTO" E "CONSACRATO" DA RISCOPRIRE” in https://youtu.be/OQvf7hQDEdk (se non si apre copiare manualmente il link sulla barra internet)

[N.d.R.]

 

 

 

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