Paolo a Tessalonica, Berea e Atene – Atti 17:1-23 12-6-18 - di T. M.

 

IL TESTO

Paolo e Sila a Tessalonica

1 Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c'era una sinagoga dei Giudei; 2 e Paolo, com'era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture, 3 spiegando e dimostrando che il Cristo doveva morire e risuscitare dai morti. «E il Cristo», egli diceva, «è quel Gesù che io vi annuncio». 4 Alcuni di loro furono convinti, e si unirono a Paolo e Sila; e così una gran folla di Greci pii, e non poche donne delle famiglie più importanti. 5 Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano di trascinare Paolo e Sila davanti al popolo. 6 Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, 7 e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c'è un altro re, Gesù». 8 E misero in agitazione la popolazione e i magistrati della città, che udivano queste cose. 9 Questi, dopo aver ricevuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare.

Paolo e Sila a Berea

10 Ma i fratelli subito, di notte, fecero partire Paolo e Sila per Berea; ed essi, appena giunti, si recarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Or questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così. 12 Molti di loro, dunque, credettero, e così pure un gran numero di nobildonne greche e di uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che la Parola di Dio era stata annunciata da Paolo anche a Berea, si recarono là, agitando e mettendo sottosopra la folla. 14 I fratelli, allora, fecero subito partire Paolo, conducendolo fino al mare; ma Sila e Timoteo rimasero ancora là.  15 Quelli che accompagnavano Paolo, lo condussero fino ad Atene, e, ricevuto l'ordine di dire a Sila e a Timoteo che quanto prima si recassero da lui, se ne tornarono indietro.

Paolo ad Atene - Il discorso nell'Areòpago

16 Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s'inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. 17 Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. 18 E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: «Che cosa dice questo ciarlatano?» E altri: «Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere», perché annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero su nell'Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? 20 Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose». 21 Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità. 22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio.

 

RIASSUNTO E RIFLESSIONI

Diversa è l'accoglienza riservata a Paolo, a Sila e agli altri discepoli a seconda delle città visitate e delle persone incontrate. A Tessalonica, dove comunque il seme viene piantato in alcuni convertiti, chi annuncia il Vangelo deve fuggire dalla folla, che mette in subbuglio la città contro di loro. A Berèa, l'accoglienza è decisamente migliore, ma di nuovo i cittadini di Tessalonica raggiungono coloro che annunciano il messaggio di Cristo per impedirne la missione. Infine c'è Atene, il più prestigioso palcoscenico culturale del mondo antico, la culla della nostra civiltà, dove nonostante il discorso profondo di Paolo e alcune conversioni, l'atteggiamento principale riservato all’apostolo è di scherno e derisione.

Sono molti i passi che mi hanno colpito di questo lungo brano. Passi in apparenza marginali nel contesto in cui sono inseriti, ma capaci di far sorgere domande e riflessioni importanti. Il primo di questi è riassunto nell'affermazione dei Giudei ostili di Tessalonica che, parlando dei Cristiani e dei primi missionari, li definiscono come «Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono anche qui e Giasone li ha ospitati». Una frase usata con valenza negativa, ma che sottintende una grande verità: la carica fortemente rivoluzionaria, allora come oggi, del messaggio Cristiano. Un messaggio che sovverte il mondo conosciuto, che va oltre le certezze acquisite, che cambia radicalmente la vita. Nulla è come prima per chi si avvicina al Vangelo, per chi si converte in Cristo. Accettare Cristo significa rivoluzionare la propria esistenza, rompere i vecchi schemi, abbandonare ciò che si è consolidato, guardare al mondo e oltre il mondo con occhi nuovi e cuore rinnovato. Ma questo non è facile, perché richiede coraggio, temperanza, fiducia, forza di volontà. Umanamente, allora come oggi, è più facile rifiutare il messaggio Cristiano che abbracciarlo. E' più facile credere, come facevano gli stoici, che tutto va così perché deve andare così, che nulla si può cambiare (il discorso è ben più complesso, ma ridotta ai minimi termini la dottrina stoica si riassume in fatalismo e rassegnazione) o, come facevano gli epicurei, ricercare il piacere dei sensi concentrandosi sul qui e ora. E' inevitabilmente più semplice e immediato abbandonarsi alle logiche umane che a quelle divine. Per questo l'agnosticismo (figlio, per certi aspetti, dell'epicureismo) è la condizione umana più frequente: non si sfida, probabilmente per prudenza, Dio come fanno gli atei o facevano i Tessalonicesi, ma ci si disinteressa di Lui o ci si limita a qualche “comparsata” in Chiesa in occasioni delle festività principali, magari più interessati al brûlé degli alpini che a quanto dice il Vangelo. Un atteggiamento che conosco bene, perché è stato il mio per gran parte della mia vita. Quindi, anche se non arriviamo ad essere come i Tessalonicesi, che si ingegnavano per impedire la diffusione del messaggio Cristiano, spesso siamo come gli Ateniesi, che  “non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare”, senza però interrogarsi su quanto avevano udito o, addirittura, deridendo chi era animato da una Fede viva e profonda (“alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta»”). Solo raramente siamo come i cittadini di Berèa, capaci di accogliere “la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così.”

Veniamo, quindi, a una frase che sembra scritta per il nostro tempo e per la nostra società: “Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli”. Gli Ateniesi, in quanto politeisti, avevano e onoravano un dio per ogni evento naturale, emozione, ricorrenza. Una forma di religiosità arcaica, ma comunque devota, genuina sotto certi aspetti, perché indirizzata a qualcosa di più elevato delle umane vicende. Al giorno d'oggi questa devozione è ben peggiore, perché rivolta non più al divino, ma abbassata al terreno, al materiale. Gli idoli di oggi non sono Zeus, Demetra, Artemide, ma sono quell'attore, quel cantante, quel calciatore, quel politico. Possiamo definirla una sotto-idolatria, un'idolatria deteriorata. Qualcosa che non può non farci fremere nello spirito.

Arriviamo, quindi, al discorso di Paolo: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio». Paolo annuncia la parola di Dio. Un Dio fino ad allora ignoto, adorato senza essere conosciuto. Una frase molto profonda, che fa riflettere. Perché anche oggi, a distanza di duemila anni, anche per chi si professa Cristiano o di altre religioni, Dio è spesso qualcosa di sconosciuto. Gli Ateniesi, nel loro fervore religioso, per non correre il rischio di dimenticare una divinità, avevano pensato di dedicare un'ara a un dio ignoto, che rappresentasse tutti quegli dei di cui non avevano conoscenza. Oggi il quadro è diverso, le principali religioni sono monoteiste, ma Dio resta ignoto, ignoto in modo diverso, ma forse più pericoloso. Si crede in qualcosa per abitudine, talora per opportunità, si prega senza riflettere sulle parole. Ci si rivolge a Dio come se fosse Dio a doversi piegare ai nostri desideri  e non viceversa. Ci si rivolge a Dio, quasi da “pari a pari”, come se fosse il compagno di scuola divenuto parlamentare o l'amico che ha “fatto i soldi” che, in quanto tali, ci possono aiutare a risolvere i nostri problemi immediati, non importa o poco importa il come e meno che meno il perché. Raramente si compie lo sforzo necessario di approfondire, di consultare le Scritture, di confrontarsi con chi può aiutarci ad avvicinarci a Dio. Certo, di fronte alle avversità, non è facile abbandonarsi a Dio. Di fronte alle guerre e alle ingiustizie, Dio ci appare distante. Ma se vogliamo essere veri Cristiani, se vogliamo rinascere in Cristo, allora dobbiamo ricercare ciò che è vero, ciò che è giusto, ciò che sta dietro alle apparenze. Non è impresa facile, non sarà un cammino facile, ma capire qual è la via giusta è il primo e fondamentale passo, perché «dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

 

 

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