OBIETTIVO DI ISRAELE NEL DESERTO E DEL CREDENTE OGGI – di Renzo Ronca – 4-5-18

  

 L’obiettivo per il popolo di Israele appena liberato dalla schiavitù era la “terra di Canaan” (i cui confini sono a sud: dal “Torrente d’Egitto”  -circa 150 Km ad Est di Suez-;  a Nord: fino al Libano; ad Est:  fino alla valle del Giordano).

Il cammino più breve per Israele sarebbe stato il passaggio a nord dell’Egitto, sulla costa affacciata sul Mar Mediterraneo, verso est fino alla Palestina, per un totale di circa 400 Km.

Sorprende che Dio, nel tramite di Mosè, abbia guidato il suo popolo per 40 anni in un giro lunghissimo passando a Sud del Sinai. Con le indicazioni divine della “nuvola” di giorno e “il fuoco” di notte, evidentemente ci deve essere stata una ragione a questo percorso, un  insegnamento serio. Pensiamo che questo insegnamento sia stato valido per l’Israele di allora e lo sia anche per TUTTI quelli che credono in Dio oggi, anche noi cristiani.  

I cristiani infatti, da una certa prospettiva, sono l’evoluzione dell’ebraismo da quando il “Rabbì” Cristo Gesù ha fondato la Sua Chiesa, prima in Israele e l’ha aperta poi al mondo con l’apostolo Paolo, diventando “Chiesa evangelizzante”.

Per questo sarebbe bene fare un parallelo –nei limiti del possibile- tra questo viaggio dell’Israele di Mosè fino alla terra promessa, e il viaggio della vita dell’uomo credente in generale. Possiamo trovare delle analogie che ci permettano di aprire di più la nostra mente per una maggiore maturità cristiana.[1]

La “terra promessa”, l’obiettivo da raggiungere, ha un significato che va oltre il territorio geografico dell’antica Palestina; e questo, ripetiamo, è valido per TUTTO il popolo di Dio in ogni tempo: l’Israele di allora e i credenti di oggi. La “terra promessa” è il ritrovamento dell’antico Eden, il ritrovamento delle radici dell’uomo che può avere vita solo in Dio. E’ il reinserimento dell’uomo -pentito e accolto di nuovo per i meriti di Cristo- nel progetto inziale divino, che dalla creazione prosegue il suo crescere e raggiunge la sua identità nell’eternità, con Dio stesso. Come allora fu necessario per gli israeliti un cammino sofferto fatto di consapevolezza, crescita, ordine, purificazione, coraggio prima di entrare nella terra di Canaan, così è necessario oggi un cammino per ciascuno di noi, lungo tortuoso contraddittorio e travagliato, fino ad imparare quello che abbiamo dimenticato: l’appartenenza a Dio e la nostra identità.

 

Perché dopo la liberazione non entrare subito nella terra promessa?

La domanda va divisa in due: Liberazione e ingresso letterale nel nuovo territorio; due parti che è meglio esaminare separatamente.

La liberazione di un popolo non significa necessariamente che quel popolo abbia capito cos’è la libertà; e l’ingresso nella terra promessa non poteva verificarsi prima di aver raggiunto la maturità.

Libertà

Se non capiamo prima cos’è la libertà, e non impariamo a gestirla e proteggerla, anche se ci liberiamo da un tiranno finiamo per cadere sotto un’altra tirannia, oppure in un disordine caotico dove ognuno cerca di sopraffare l’altro.[2]

Sulla libertà sono stati scritti infiniti libri e chissà quanti ancora se ne scriveranno. Escludiamo subito l’idea adolescenziale di libertà intesa come fare il proprio comodo per essere egoisticamente soddisfatti. Questa purtroppo è l’idea più diffusa nel mondo a tutti i livelli. Rivolgiamoci invece a chi tenta di ragionare.

Secondo me la libertà di un individuo nasce dal suo modo di pensare: se egli sa vedere se stesso in modo maturo, allora si sente in grado di fare qualsiasi tipo di scelta. Questa consapevolezza di poter scegliere in tutte le direzioni può avvicinarsi e forse identificarsi con la libertà. Poi però la teoria deve diventare pratica,  così l’uomo tra le tante strade da prendere ne prende una e, dopo averla valutata bene, la adotta come suo principale obiettivo, imprimendogli la sua personalità e trovando il modo più corretto di attuarla. La continuità, la coerenza con la strada scelta e con i valori che in essa vi pone, rappresentano il suo grado di civiltà-maturità. Se ha scelto bene, allora pur rimanendo sempre libero di poter pensare in tutte le direzioni, si attiene volontariamente alla scelta fatta. Tale “scelta nella libertà”, prima personale e poi comunitaria, permette all’individuo, alla famiglia, alla comunità, alla nazione, di crescere e migliorarsi nel rispetto reciproco e secondo princìpi condivisi, che a loro volta si evolvono per il bene comune.

Per noi credenti, questa libertà viene da Dio, Il Quale fa come delle aperture nella nostra coscienza, rendendoci consapevoli ed equilibrati tra quanto arriviamo a capire e quanto riusciamo a fare.

Liberazione

La liberazione fisica da uno stato di prigionia, come abbiamo detto, non significa essere già liberi nella mente. Se il corpo diventa libero di andare dove vuole, la mente o singolarmente il nostro “Io”, non sempre è in grado di gestire bene questa libertà.

Israele fu liberato dalla schiavitù, ma quanto ne era consapevole all’inizio? Nella schiavitù aveva dimenticato la potenza di Dio, non era più nemmeno consapevole di essere un popolo;  tanto meno di essere “IL” popolo prescelto dall’Eterno. Per questo occorreva prima una riqualificazione della sua identità, delle sue motivazioni esistenziali. Doveva ricominciare da zero ritrovando in Dio obiettivi, compattezza, ordine, leggi, fedeltà e consapevolezza di essere un riferimento per gli altri popoli.

Soprattutto questo ultimo punto, cioè la consapevolezza di essere diventato un “popolo unito” da un “non-popolo” che era prima, a mio modestissimo avviso, non fu capito completamente dai giudei (per i quali comunque ho sempre un grande rispetto). Infatti essi fisicamente diventarono un popolo si, ma in maggioranza lo diventarono solo per se stessi autogloriandosi. Non dovevano “pascere se stessi” o gonfiarsi d’orgoglio per essere stati eletti. Dio non li elesse solo perché essi “facessero gli splendidi” (come diremmo oggi) o per diventare orgogliosi di una loro presunta supremazia -questo sarebbe  una vano esaltarsi, un sentirsi erroneamente superiori a tutti gli altri popoli- Infatti come persone gli israeliti erano tutto e niente davanti a Dio, così come anche noi siamo tutto e niente.  La loro grandezza stava e sta solo nella fedeltà all’Eterno, non in se stessi. Siamo grandi in Dio, ma siamo niente in noi stessi. Nel momento che abbandonavano questa fedeltà a Dio e confidavano nella loro forza personale, perdevano le battaglie e tornavano ad essere niente, esattamente come tutti noi oggi quando vogliamo fare di testa nostra in autonomia dal Signore. Essi erano stati suscitati non per meriti speciali, bensì per un fine preciso. Dopo essere stati forgiati da Dio nel deserto (come lo fu Mosè) essi dovevano mostrare un MODELLO DISPONIBILE gli altri popoli.

Quanto è scritto in Isaia fa riflettere: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.» (Is 42:6-7). Questa profezia che si adempirà in Cristo Gesù (Lc 4:16-21)  investiva ed investe tutto Israele. Questo popolo non si poteva limitare solo ad ESSERE qualcosa (avrebbe favorito solo il peccato d’orgoglio) ma avrebbe dovuto anche FARE qualcosa di pratico dal basso, come dal basso si presentò Gesù, umilmente; e avrebbe dovuto TRASMETTERE, INSEGNARE a sua volta il rispetto, la comunione con Dio e la libertà in Lui ai popoli che non Lo conoscevano e giacevano in schiavitù spirituale. E’ lasciandosi plasmare senza ribellarsi che “il collo duro” sarebbe diventato morbido e avrebbe potuto girarsi nella direzione che Dio gli avrebbe indicato. Israele doveva mostrare al mondo come apprendere e seguire la Libertà nell’amore che Dio aveva trasmesso loro. Tutto questo non lo capirono allora e forse non l’hanno capito oggi (a parte una ristretta minoranza di “giudei messianici”). Però l’amore di Dio rimane, come le Sue promesse e, secondo molti studiosi, sarà nel “millennio”[3] che gli Israeliti, una volta compreso e riconosciuto il Messia, indosseranno finalmente gli abiti sacerdotali che dovevano avere fin dall’inizio, insegnando ai popoli rimanenti il rispetto verso l’Eterno e mostrando loro l’amore di Dio e il modo di adorarLo. L’amore di Dio lo avevano sempre sotto gli occhi, proprio nel santuario che i leviti e i sacerdoti avevano l’incarico di curare ed “aprire” gradatamente al peccatore che si converte. Già in quel rituale era presente il desiderio dell’Eterno di essere al centro del cuore dell’uomo e di manifestarsi in Cristo Gesù.[4]

 

L’INGRESSO NELLA TERRA PROMESSA CON LA MATURITA’

L’ingresso nella terra promessa avverrà per gli Israeliti liberati dagli Egiziani dopo 40 anni di sofferte peregrinazioni nel deserto, praticamente alla fine di una intera generazione. Morirà la generazione che si era ribellata (prima costruendo il vitello d’oro e alla fine nell’esplorazione della terra di Canaan). Quella stessa generazione che, nonostante le grandi manifestazioni di potenza che aveva ricevuto dall’Eterno, aveva avuto paura del nemico e voleva tornare indietro in Egitto, dove  era stata schiava, cercando di eleggendosi un altro capo al posto di Mosè. Per questo l’Eterno li fece tutti morire nel deserto (salvo Giosuè e Caleb) e permise l’ingresso nella terra promessa solo ai loro figli.[5]

L’ingresso reale dunque nella “terra promessa” necessitò (e necessita oggi in riferimento alla nostra “terra promessa” di cristiani) di un cambiamento radicale: deve “morire completamente” la vecchia mentalità fatta di paura (contrario della fede) e di ribellione (contrario dell’ubbidienza). Chi potrà entrare allora nelle promesse di Dio? Potrà entrare nella promessa solo l’evoluzione del vecchio, vale a dire ciò che rimane di un popolo trasformato, o per meglio dire nel nostro caso: “nato di nuovo”; cioè che non si ripiega su se stesso, che non fonda il suo futuro solo sulla sua forza, ma che ha imparato che la sua vita futura è solo in Dio. Per essere un nuovo popolo, il vecchio popolo doveva “morire”; così anche noi, per essere una “nuova creatura” dobbiamo aver percorso un cammino che ci abbia resi capaci di “morire a noi stessi”.[6]

Anche della nostra personalità disordinata contraddittoria ribelle resterà ben poco. Resterà solo una piccola parte raffinata e forgiata nelle prove di un deserto dove non potremo appoggiarci a nessuno se non a Dio solo.

 

 


 

[1] Per questo parallelo è possibile seguire su Youtube  uno studio più ampio dello stesso autore: “IL CAMMINO DEL POPOLO DI DIO NEGLI ULTIMI TEMPI - UNA GALLERIA PARTICOLARE”  in https://www.youtube.com/watch?v=-yw60Lj0DWs  di 31 min.  (se non si apre da qs sito copiare il link sulla barra internet)

[2] L’uomo ebbe all’inizio la libertà in Eden ed il potere su ogni cosa. Questo potere lo perse subito quando lo cedette all’ingannatore, diventandone poi schiavo.

[3] Il “millennio” è il Regno di Gesù Cristo, come Re e Messia, direttamente sulla terra; secondo la nostra fede avverrà dopo il rapimento della Chiesa e dopo il Suo ritorno con le persone considerate “giuste” precedentemente salvate-rapite.

[4] Per chi volesse approfondire c’è un NOSTRO DOSSIER in “IL PERCORSO DELL’UOMO NEL SANTUARIO DI MOSÈ COME IL CAMMINO DELLA NOSTRA VITA” in http://www.ilritorno.it/es/eshtml/dossier/Santuario%20Mosè.pdf ;  oppure c’è nostro studio diviso in DUE FILMATI SU YOUTUBE in cui, partendo dalla liberazione di Israele, si esamina a fondo il santuario mobile o tabernacolo nella sua simbologia. Il primo è in qs link (da copiare) https://www.youtube.com/edit?o=U&video_id=EyojkCbraOY; il secondo è qui:  https://www.youtube.com/edit?o=U&video_id=-hmX1iKgegs

[5] L’appassionante racconto di quanto accadde quando i 12 esploratori mandati nella terra di Canaan (1 capo per ogni tribù rappresentanti di tutto Israele) ritornarono all’accampamento dopo 40 giorni, e di  quando il popolo si ribellò e del giudizio di Dio si trova in Numeri 13:1-33 e Numeri 14:1-45.

 

[6] Oggi questo “morire a se stessi”  è diventato purtroppo un concetto troppo intellettuale. Non viene applicato con fervore nel comportamento virtuoso tramite il passaggio di una passione sofferta. Gesù non morì a se stesso in modo teorico quando fu giudicato, sputato, frustato, denigrato e portò la croce; e l’Israele storico in viaggio nel deserto non morì solo in senso simbolico: i cadaveri di quella generazione rimasero nel deserto quando l’Eterno li fece tornare indietro (Num 14: 29 I vostri cadaveri cadranno in questo deserto. Nessuno di voi, di quanti siete stati registrati dall’età di venti anni in su e avete mormorato contro di me, 30 potrà entrare nel paese nel quale ho giurato di farvi abitare, se non Caleb, figlio di Iefunne, e Giosuè figlio di Nun. 31 I vostri bambini, dei quali avete detto che sarebbero diventati una preda di guerra, quelli ve li farò entrare; essi conosceranno il paese che voi avete disprezzato. 32 Ma i vostri cadaveri cadranno in questo deserto”). Per questa bentà-severità di Dio, anche noi popoli occidentali accolti per fede nel popolo di Dio,  abituati sempre a filosofeggiare e razionalizzare, dobbiamo  considerare bene i nostri passaggi di conversione; non possiamo solo limitarci  a dire “sono d’accordo”, ma dobbiamo capire che seguire la fede significa fare nostro anche il cammino di Israele, SPERIMENTANDO anche il sofferto crescere, eliminando, cioè “facendo morire”, quelle parti “vecchie” di noi (nel pensare e nell’agire) che sono estranee a Dio.

 

 

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