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POCA, POCHISSIMA COSA, SENZA FORZA - di Stefania - 7-12-17


 

 

Potrà sembrare strano, ma quando leggo queste parole, mi sento sollevata: “ciò che ne resterà sarà poca, pochissima cosa, senza forza” (Is 16:14). Proverò a spiegare il perché.

 

Nella Bibbia, il profeta Isaia si rivolgeva ai moabiti, un popolo che si è trovato spesso contro Israele e presso il quale gli ebrei hanno ceduto, in varie occasioni, a comportamenti che li hanno allontanati dal volere di Dio.

Ma la Parola di Dio sa andare molto sul personale e alcune volte sembra rivolgersi direttamente a me, e così la voce di Isaia che circa duemilaquattrocento anni fa si rivolgeva a Moab, diventa la voce del Signore che parla a me, oggi.

 

“Noi conosciamo l'orgoglio di Moab, l'orgogliosissima, la sua alterigia, la sua superbia, la sua arroganza, il suo vantarsi senza fondamento!” (Is 16:6)

L'orgoglio è il peccato più antico, il più difficile da estirpare, e il più subdolo. Ho sentito spesso alcuni evangelici dire che sul trono del mio cuore c'è posto per un solo sovrano. Gesù dovrebbe essere il Re di ogni cristiano ed occupare con pieno diritto ed immensi benefici per me quel posto. Ma se sul trono ci sono io, non può esserci Lui.

L'aspirazione a sentirmi importante, a governare sulla mia vita ed a sentirmi meritevole di apprezzamento, può anche nascondersi dietro la più ammirevole umiltà, nelle pieghe di un pensiero non troppo chiaro e apparentemente molto cristiano, come può essere la paura di non piacere a Dio. Voler piacere a Dio è buono, certo, ma a volte questo desiderio non è così limpido.

Nel mio costante “fare” e voler fare tutto al meglio e arrabbiarmi ed angosciarmi quando vedo che non riesco nemmeno a sfiorare il livello di decenza rispetto agli standard della Bibbia, ecco, perfino questo tipo di pensiero che può sembrare molto umile, è un vantarsi senza fondamento

Spero di riuscire a spiegarmi: c'è una differenza sottile ma determinante tra l'essere consapevole di non meritare la Grazia ma accettarla con il cuore grato e colmo di gioia, e il lamentarsi della propria indegnità, come quando si cerca dall'altro la rassicurazione contraria: una donna che dice al marito di sentirsi brutta, si aspetta e desidera che lui le dica che non è vero, che invece è bella.

Un cristiano che si lamenta con Dio della propria indegnità fa una cosa simile: è come se si aspettasse che Dio risponda che invece è degno, il che non è possibile.

 

“C'è un'altra cosa che voi fate : coprite l'altare del Signore di lacrime, di pianto e di gemiti, in modo che egli non badi più alle offerte e non le accetti con gradimento dalle vostre mani” (Ml 2:13)

Questo è il monito che mi arriva quando mi lamento di non riuscire, di non essere abbastanza, di non essere degna. Il Signore asciuga sempre le mie lacrime, ma non quelle di un simile lamento. È come se mi dicesse: smettila di pensare a quello che meriti o non meriti, smettila di mettere te al centro del mondo. Il motivo per cui eravamo ostili a Dio è proprio questo: volevamo bastare a noi stessi e rifiutavamo il pensiero di essere un nulla che acquista valore solo perché Dio ci ha creati, e ci ha amati al punto da subire la condanna che spettava a noi.

 

Ma il Signore mi conosce, vede tutti gli strati della mia mente, anche quelli che io non comprendo, e giorno per giorno mi istruisce e mi insegna come possa esserci gioia nel mollare finalmente quel trono e lasciare regnare Lui. In questo diminuire, c'è un senso di liberazione e di pace che il mondo non può dare. Essere poca pochissima cosa, senza forza, è una cosa che spaventa e io sono una fifona, ma il Signore è buono e mi accompagna con pazienza e lentamente verso questo traguardo che mi permetterà di vedere Lui con più chiarezza.

Il Signore nasconde i suoi tesori nei posti meno attraenti: nel lasciare quel trono trovo ricchezze inestimabili, nel volerlo tenere finisco per perdere tutto.

 

 

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