Bollettino libero cristiano evangelico  della "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

CHIUNQUE SI INNALZERA' SARA' ABBASSATO (Mt 23:12) - di Stefania - 1-8-17

 

 


 

 

 

Dio è chiamato “l'Altissimo”.

La sua dimora, i suoi pensieri, le sue vie sono troppo alti per noi che camminiamo sulla terra, piccolissimi, fragili, capaci di comprensioni solo parziali.

Siamo “bassissimi” ma Dio ci ha dotati del bisogno di aspirare a Lui, alle sue altezze.

È un bisogno intimo, inscritto nel nostro cuore e che spesso non capiamo, o interpretiamo male.

 

Sulla spinta di questo nostro bisogno, cerchiamo di elevarci dalla nostra condizione, spesso però, nella maniera sbagliata.

La maggior parte delle volte, ciò che eleviamo è il nostro orgoglio. Costruiamo la nostra torre di Babele per distinguerci dalla massa (Gn 11:4); come il “cedro del Libano dai bei rami”, cerchiamo di superare tutti gli altri alberi (Ez 31: 5-12);  tentiamo di porre in alto il nostro nido, come le aquile (Gr 49:16). Cerchiamo di essere migliori degli altri, spesso senza nemmeno ammetterlo a noi stessi.

 

Ma questo modo di innalzarsi non ci avvicina a Dio: “L'orgoglio abbassa l'uomo” (Pr 29:23).

Quando cerchiamo di distinguerci dagli altri, di sentirci migliori, superiori, ne usciamo immancabilmente impoveriti, più bassi e più brutti di prima. Quando decantiamo le nostre virtù o le rivestiamo di falsa modestia, quando aspettiamo che siano gli altri a riconoscere il nostro valore e ci offendiamo perché non ci stimano mai abbastanza, finiamo per svalutare il prossimo perché non ci capisce, lo accusiamo di essere egoista e invidioso.

Quando svalutiamo gli altri e quindi li accusiamo, stiamo svalutando e accusando anche noi stessi.

 

Dio nasconde spesso le più alte verità nei luogo più impensato, e cioè al centro del suo concetto opposto: nell'orgoglio ci scopriamo miseri, nell'umiltà troviamo il nostro valore.

 

Più cerchiamo di alzarci e più ci abbassiamo.

Di conseguenza, per poterci elevare, dobbiamo abbassarci.

Abbassarci e umiliarci non significa disprezzare noi stessi, ma vederci per come siamo in verità (Ro 12:3), considerarci al pari degli altri, amarci come amiamo gli altri.

Se c'è questo amore, il nostro interesse corrisponde all'interesse del nostro prossimo.

 

Il bisogno di elevare la nostra anima a Dio deve passare dall'obbedire ai suoi comandamenti e i suoi comandamenti prevedono amare Dio al di sopra di ogni cosa, ed amare il prossimo come se stessi (Lu 10:27).

Se ciò non avviene, questo bisogno così naturale, buono e profondo di tendere verso Dio, diventa distorto, diventa il bisogno di innalzarci ed essere come Dio, essere dio a noi stessi.

 

La differenza sostanziale tra innalzare il nostro orgoglio ed elevare la nostra anima a Dio sta proprio in questo: chi si insuperbisce pensa, consapevolmente o meno, “io sono il mio dio”. Vive i suoi giorni nella menzogna e nell'ansia di dover essere il migliore.

Chi invece si riconosce piccolo, misero, e, stando umilmente con i piedi per terra guarda in alto in cerca di Dio, è molto vicino a trovare l'unico tesoro che ha valore, l'unica strada che porta ad una gioia che niente potrà mai scalfire.

 

 

 

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