“PADRE” (Matteo 6:9a) - Riflessioni utili per lo studio sul "Padre Nostro" scelte da Renzo Ronca - Parte 6 - 11-6-15 - 11-7-18 -

tratto dal nostro dossier: IL "PADRE NOSTRO" - ISTRUZIONI DI GESU’ AI DISCEPOLI PER LA PREGHIERA

 

 

 

 

Voi dunque pregate così: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome (Matt 6:9)

 

 

La prima parola della preghiera modello che ci insegna Gesù è “Padre”.

 

«Il giudaismo palestinese nei tempi antecedenti a Gesù era molto riluttante a parlare di Dio come padre e le rare volte che negli scritti rabbinici compare questo appellativo si riferisce a Dio padre dei giusti ed al suo amore paterno senza limiti, ma sono sempre invocazioni collettive.

Esistono anche preghiere liturgiche ebraiche che invocano Dio “Padre Nostro e nostro Re”: l’israelita in quanto tale si sentiva figlio di Dio ed insieme alla comunità invocava il Padre Nostro.

Ma nel giudaismo palestinese non esiste un solo esempio in cui Dio sia invocato come “Padre” da un singolo individuo.

La novità del Vangelo sta proprio nel fatto che Gesù invocasse sempre Dio come “padre mio” ed ancora più sorprendentemente, egli usava l’espressione aramaica “abba” che indicava il termine con cui i figli si rivolgevano al loro padre anche da adulti, un termine confidenziale che non trova nessuna analogia nelle preghiere ebraiche del primo millennio.» [1]

 

«Nella lingua ebraica non esiste il termine genitori ma solo un padre e una madre con compiti differenti. Mentre il padre è colui che genera, la madre si limita a partorire il figlio (Is 45,10). Il figlio riceve la vita esclusivamente dal Padre e la prolunga assomigliandogli nel comportamento mediante la pratica dei valori ricevuti.

Figlio di... non significa tanto nato da... ma assomigliante nel comportamento.

Poco prima di insegnare questa preghiera Gesù ha parlato di Dio come un Padre invitandoli ad assomigliargli nell'amore, ad essere come lui perfetti nella capacità di voler bene: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli " (Mt 5,48).

Invitando i discepoli a rivolgersi a Dio chiamandolo Padre la relazione con Dio alla quale Gesù chiama è quella dell'assomiglianza al suo amore.  […] Con questo Gesù scalza le fondamenta stesse della religione dove l'uomo veniva presentato quale un servo chiamato a servire il suo Signore.

Nella nuova relazione con Dio alla quale Gesù invita, dalla “servitù” nei confronti di Dio si passa alla “figliolanza” verso il Padre. Mentre la prima sottolineava la distanza tra Dio e l'uomo, la seconda l'annulla. Non più l'uomo è chiamato a servire la divinità, ma è Dio stesso che si fa servo degli uomini per innalzarli al suo stesso li- vello: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28; Lc 22,27).

Gesù presenta un Padre che ha tanta stima degli uomini da volerli innalzare alla sua stessa condizione divina e associarli alla sua attività creatrice, perché il Figlio è colui che prolunga nel tempo l'azione creatrice del Padre.  

Paolo insiste molto sull'adozione a figli (Rm 8,15): Dio in Gesù “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù cristo, secondo il suo disegno d'amore” (Ef 1,4).

La condizione divina non è una esclusiva prerogativa di Gesù ma il destino di ogni credente. Con Gesù la distanza tra Dio e l'uomo viene definitivamente eliminata.

La relazione tra l'uomo e Dio, una volta posta su un piano di figlio-Padre, non toglie Dio dall'ambito del sacro ma vi immerge l'uomo, e cambia completamente il carattere del culto (cf Gv 4,23-24; Rm 12,1).

 Mentre dio abita in un tempio, il padre in una casa. Mentre dio ha bisogno di sacerdoti, il padre di figli.

Mentre i sacerdoti devono rispettare tempi e luoghi sacri per comunicare con la divinità, per i figli la relazione col padre è continua e sempre possibile prescindendo da luoghi e tempi.

Le situazioni esistenziali che permettono questa nuova relazione con Dio quale Padre, sono state presentate da Matteo nelle beatitudini. La scelta della condivisione generosa dei propri beni e della propria vita (cf Mt 5,3) permette a Dio di manifestare pienamente la sua regalità/paternità, e ai credenti di situarsi in una relazione figli- Padre.» [2]

 

«È la preghiera del figlio rivolta al Padre. Tutti gli uomini sono creature di Dio e solo alcune sono figli: "É venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio" (Giovanni 1:11-13).

Per quanti hanno ricevuto Cristo, possono chiamare Dio, rivolgendosi a Lui, come Padre o meglio, confidenzialmente: "Abbà". C'è un grido nel cuore del credente: "E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: "Abbà, Padre" (Galati 4:6).

Chi mai aveva avuto il privilegio di realizzare la Sua presenza in modo così intimo? L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, parla di "adozione", in vista della quale siamo legalmente resi figli di Dio: "E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: "Abbà! Padre!" (Romani 8:15).

    Siamo noi il suo popolo ed egli è il nostro Dio. Si tratta di un'appartenenza reciproca: "Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio" (Apocalisse 21:7).» [3]

 

«Nel pensare a Dio come Padre, dobbiamo spogliarci dai modelli di Padre che abbiamo nella nostra mente e che ci siamo tramandati nella nostra esperienza: il termine “padre” è una delle tante metafore che troviamo nella Bibbia per esprimere un Dio, pensiamo per esempi al racconto del Padre amorevole e figliol prodigo in Luca 15.

In particolare questo termine potrebbe racchiudere le caratteristiche di un Padre e di una madre ed esprimere da un lato l’amore, l’attaccamento, la volontà di Dio per il nostro bene, la gioia della libertà di essere suoi figli e d’altro lato l’esigenza di rispetto nei suoi confronti

“Perciò - ha concluso la pastora Green - quando prego il "Padre Nostro" ho due immagini personali, due parole chiave: abbraccio e spazio. Vedo le braccia di Dio talvolta padre, talvolta madre che, leggermente inchinato/a verso il mondo, l'avvolge in un abbraccio forte, amorevole, caloroso. L'abbraccio che sento quasi sulla pelle mi parla dell'essere accettati in modo incondizionato dalla realtà ultima. Quell'abbraccio non mi soffoca ma crea invece uno spazio libero, uno spazio in cui sono chiamata ad agire, a rischiare, a crescere. Lo spazio in cui soffia senza sosta lo Spirito divino che mi parla di libertà di responsabilità, sì anche di gioia.» [1]

 

«c’è un altro nome di Dio, non quello che ne rivela la lontananza ma quello che lo avvicina a noi. Ma non tutti possono chiamare Dio “Papà”. E’ un diritto riservato ad alcuni soltanto. (Giov. 1:11-13). Solo accogliendo Cristo noi acquisiamo questo diritto in virtù dell’adozione!» [4]

 

(continua) 

 

 

 

[1 http://www.laparola.net/studi/studi.php?s=480

[2] http://www.studibiblici.it/appunti/Il%20padre%20nostro.pdf

[3] http://www.cristianievangeliciangri.it/studi-biblici/163-il-padre-nostro-preghiera-ancora-valida.html

[4] http://www.chiesaevangelica.org/pages/studio1.php

 

 

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