Bollettino libero cristiano evangelico  della "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

GESU’ GUARISCE IL CIECO DI BETSAIDA (Marco 8:22-26)

Note sintetiche per considerazioni ampie 

di Renzo Ronca - (23-2-13)-  5-6-16 - h. 10 (Livello 3 su 5)

 

 

 

 

 

 

 

Marco 8:22-26

22 Giunsero a Betsaida; fu condotto a Gesù un cieco, e lo pregarono che lo toccasse. 23 Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio; gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui, e gli domandò: «Vedi qualche cosa?» 24 Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano». 25 Poi Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente. 26 Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggio».

 

Con poche ma decise pennellate Marco ci mostra una guarigione importante. Meditandoci sopra possiamo aprirci a considerazioni che talvolta vanno oltre l’episodio narrato.

 

1)     Il cieco fu condotto dalla comunità a Gesù. Fu la comunità che chiese per lui la guarigione. La famiglia, la chiesa intesa come organizzazione umana, può arrivare fino ad un certo punto: sostiene, protegge chi è malato, ma poi è Dio che immettendo lo Spirito di Vita, guarisce e completa il cammino. C’è un passaggio fondamentale e sofferto nel cammino del cristiano ed è quello in cui egli deve lasciare la tranquilla sicurezza del “vivere senza essere”, per l’incertezza della responsabilizzazione e della scelta personale. E’ quando i pulcini, una volta cresciuti, devono volare fuori dal nido. E’ quando una famiglia smette di essere solo assistenza e lascia camminare da solo per il mondo il proprio figlio. E’ quando una denominazione smette di tenere il credente passivamente seduto su un bancone, si fa da parte, e lo porta direttamente al Signore.

 

2)     Gesù lo prende per mano e lo conduce fuori dal villaggio. Ecco che lo spirito dell’uomo passa dalla cura della famiglia, dalla comunità religiosa, dal battesimo di Giovanni, alla cura di Cristo Risorto. E’ un uomo che all'inizio ancora “segue”. Nel passo  non ci è detto quanto sia consapevole di ciò che sta avvenendo perché, pur non essendo muto, ancora non parla. Gesù prendendolo per mano fa come i compagni di Saulo che lo presero per mano quando rimase momentaneamente cieco. Prendere per mano qualcuno significa anche condurlo nel senso di far acquistare gradatamente sicurezza. Ma dove ci conduce Dio? “Fuori dal villaggio”. Anche Gesù dopo il battesimo fu condotto nel deserto. E’ necessario “uscire” da un ambiente limitato e relativamente sicuro per incontrare l’incertezza di una scelta personale. E’ nel silenzio, nella solitudine, negli spazi esterni non “limitati” che si può “vedere” veramente ciò che siamo in primo luogo, e ciò realmente che ci circonda in secondo luogo. La sicurezza del villaggio che bene o male comunque ci dà il sostentamento necessario per andare avanti è anche la legge, il comandamento. All’ombra della legge è relativamente facile andare avanti. Ma la legge è un pedagogo come ci ha insegnato Paolo; e questo pedagogo conduce, deve condurre, alla libertà del ragionare.

 

3)     La saliva di Gesà sugli occhi si può comprendere rapportandoci a quel tempo e ai simboli biblici. Gesù “soffiò” sui discepoli e questi ricevettero lo Spirito Santo (Giov 20:22). Il soffio è un alito vitale; la saliva è come una concentrazione dell’alito vitale del Signore. Dalla “bocca di Dio” viene la Parola il Verbo che porta la vita. La vita dello Spirito viene a toccare direttamente gli occhi del cieco.

 

4)     Gesù pone le mani su di lui. Ecco che le mani del Signore che conducevano il cieco fuori dal villaggio passano alla sua testa. Una volta usciti dalla sicurezza di un ambiente protettivo, ma che non ti poteva dare la vista, cioè la coscienza della realtà di Dio, ecco che il Signore “tocca” “mette in moto” la parte più elevata ed importante della tua persona: la testa, la mente. Una parte superiore strettamente collegata a tutto il corpo:  il pensare assieme alla consapevolezza dell’essere.

 

5)     gli domandò: «Vedi qualche cosa?» Ecco la prima consapevolezza. Dopo averlo toccato nel suo “io” Gesù instaura un rapporto personale con la persona che conduce e sollecita in essa una risposta cosciente, una valutazione consapevole di come “vede”.  Prima il cieco non parlava, era condotto da amici, dalla comunità, e poi era condotto da Gesù stesso ma ancora in modo impersonale, piuttosto passivo. Adesso Gesù, fuori dagli schemi e dalla passività, lo “attiva” gli si rivolge direttamente con una domanda. Non credo che Gesù non sapesse cosa l’uomo vedeva; penso invece che Gesù voleva conoscere il “come vedeva le cose” ovvero l’interpretazione sua personale della realtà, liberamente senza forzarla.

 

6)       Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano». Ecco un importante frutto dell’opera di Dio: l’attivazione della memoria sulla realtà. Se il cieco parla di alberi e di uomini infatti, significa che probabilmente prima di perdere la vista già ci vedeva, altrimenti se fosse stato cieco dalla nascita non avrebbe potuto rappresentarsi  “alberi ed uomini”. Dunque ecco che la prima fase che incontriamo nel cammino nostro che porta alla luce è il riaffiorare alla coscienza della memoria di quanto conoscevamo già. E’ una specie di “messa a fuoco” della nostra coscienza tra ciò che abbiamo dentro e ciò che vediamo fuori.  E cos’è che tutti conoscevamo già e che abbiamo dimenticato? E’ la memoria di Dio. Come detto altrove è il seme di Dio in noi che richiamato alla luce dal Signore, prende forma e si espande alla coscienza.

 

7)      Poi Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente – La risposta dell’uomo testimonia e rappresenta un avvenuto dialogo tra noi e Dio. Dio si avvicina all’uomo perché lo vuole sano, libero, consapevole della realtà. Nella risposta dell’uomo «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano» Gesù intravede il suo cuore aperto, proteso e desideroso della realtà ma ancora non maturo.  Anche Saulo ebbe bisogno dell’intervento di Anania che mise le sue mani sui suoi occhi. La Scrittura non ce lo dice e noi possiamo solo ipotizzare il perché delle “due fasi”. Ritengo sia necessaria una gradualità in base alla nostra costituzione terrena. C’è come un lavoro nella nostra persona, un insieme di fisiologia, psicologia e spiritualità saggiamente equilibrate. Solo in un momento preciso possiamo passare dallo sguardo imperfetto umano allo sguardo di fede, quello attraverso il tocco di Dio.

 

8)       Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggio». Tornare a casa nostra. I figli escono si sposano e poi tornano dai genitori, ma in modo diverso, tornano come genitori loro stessi. Cambia il rapporto il dialogo ed i contenuti. L’uomo “nato di nuovo” che ritorna in una chiesa lo fa per testimoniare, per edificare e condurre,  non per essere condotto come prima. Il “non entrare neppure nel villaggio” invece significa il non suonare i tamburi, il non ricercare il plauso, il sensazionalismo. Gesù non aveva bisogno della testimonianza degli uomini che gli dicessero “bravo”. Egli sapeva quanto ciò fosse dettato dall’emotività del momento e che l’unico riconoscimento importante era quello del Padre Celeste.

 

 

9)      Riassumendo: Vedere la realtà secondo la maturità di fede  richiede un passaggio da uno stato di passività ad uno di dialogo personale con il Signore in cui confessiamo i nostri limiti. Questo permette allo Spirito di Dio di operare ed elevare la nostra “vista” fino a renderla nitida, in perfetta sintonia con la realtà di Dio.

 

 

Correlazioni:

GUARIGIONE DI DUE CIECHI

 

I TRE GIORNI DI SAULO

 

 

 

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