Bollettino libero cristiano evangelico  dell'Associazione ONLUS  "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

 

LOGICA UMANA E AMORE DI DIO

di Angelo Galliani

Un caro Lettore, a seguito degli scritti sull'esistenza o meno dell'inferno, scrive: 

“Rimango della mia idea che un luogo di punizione eterna ci sia anche per una questione di logica: un uomo (o una donna) che per tutta la vita rifiuta di accettare Cristo quale Signore e Salvatore, alla fine viene distrutto, non esiste più. Allora che vantaggio ha chi ha accettato Cristo (e magari nella vita si è privato di tante cose pur di piacere al Signore) se poi chi non lo accetta semplicemente non c’è più? Tu mi dirai: - Ma il secondo gode per l’eternità il favore e la presenza di Dio. Ed io ti rispondo: E allora? Il primo non sente più nulla, e quindi non soffrirà né gioirà”.

  ["Disegno" di Leonardo Da Vinci]

La prima frase su cui voglio soffermarmi è questa: “che un luogo di punizione eterna ci sia anche per una questione di logica”. Ritengo che il nostro caro Lettore si riferisca alla logica umana (non lo dice espressamente, ma mi sembra implicito). Ebbene, parlando di logica umana, mi viene spontaneo far osservare che tale logica appare assolutamente inadeguata per comprendere correttamente il contenuto dell’ Evangelo. Per dimostrare questa mia affermazione vorrei ricordare brevemente la famosa parabola dei lavoratori della vigna, che vengono chiamati ad ore diverse della giornata. Il punto cruciale di questa parabola, come certo ricorderete, è il seguente: alla fine il padrone della vigna ricompensa tutti con la stessa paga: quella di una giornata intera, come se tutti avessero lavorato l’intero giorno. Purtroppo, tale sua libera e generosa scelta viene sottolineata negativamente da coloro che davvero avevano lavorato dalla mattina alla sera. Però, come il padrone fa loro notare, essi non subiscono alcun torto, perché ricevono esattamente quanto era stato pattuito. In altri termini: la paga data in più a quelli che hanno lavorato meno, non gioca a discapito di chi ha lavorato di più, ma è solo il segno della generosità e della comprensione di quel padrone. Egli non ricompensa i lavoratori in proporzione alle loro prestazioni, bensì in relazione ai loro reali bisogni. In effetti, questa parabola illustra molto bene un aspetto fondamentale dell’Evangelo: la grazia di Dio. La Buona Notizia portataci da Gesù ci dice proprio questo: il Signore non ci ha trattati come meritavamo, bensì ci ha accolti con la sua grazia liberante e rinnovatrice!... I lavoratori che, ragionando secondo la logica umana, si trovano in disaccordo col padrone, dimostrano di non trovarsi in sintonia col suo modo di pensare amorevole. Dunque, vorrei dire, al nostro caro Lettore, che la logica che lui vorrebbe adottare (quella umana, appunto), non gli permetterebbe nemmeno di essere un cristiano. Infatti, perché dei peccatori dovrebbero essere trattati come se non lo fossero?... E perché Gesù, essendo innocente, dovrebbe sacrificarsi per della gente che non si merita nulla?... Oltre tutto, quando si parla delle cose di Dio, o comunque di cose ultraterrene, affermare l’importanza della logica umana può facilmente esporre a pericolosi equivoci; significherebbe assegnare alla logica umana un valore assoluto che certamente non ha. Significherebbe, anzi, negare a Dio la sua libertà e la sua autonomia, come se Egli stesso dovesse sottomettersi alla nostra logica. Vista così la questione, la contraddizione diviene evidente. Se crediamo in Dio, e se Dio è veramente tale, è la nostra logica che deve dare spazio a Lui, e non viceversa.

 

La seconda frase su cui voglio soffermarmi è questa: “Che vantaggio ha chi ha accettato Cristo…”?. Capisco che ci troviamo in un’epoca in cui la competizione (economica e non) viene predicata ovunque, con ogni mezzo e a tutte le ore; però, in campo spirituale non mi sembra che essa trovi una sana collocazione. Anzi, una sana raccomandazione di Gesù e degli apostoli è sempre stata quella di evitare con cura i confronti fra noi e gli altri. I confronti “orizzontali” (fra esseri umani) non portano da nessuna parte. O meglio: conducono o a sentimenti d’orgoglio di stampo farisaico, oppure a una negatività e a un disprezzo di se stessi che diventano dei tremendi nemici per la nostra vita. In entrambi i casi, comunque, la grazia di Dio viene messa da parte. Gli orgogliosi, infatti, la ritengono “inutile”, e i depressi la giudicano “insufficiente”!:.. Gesù, sempre a proposito di confronti “orizzontali”, disse agli scribi e ai farisei che le prostitute e i pubblicani (convertiti, ovviamente) li avrebbero preceduti nel Regno dei cieli. Gesù lo fece non certo per mettere in frustrazione scribi e farisei, o per far nascere in loro un odio invidioso; egli lo fece bensì per sottolineare quale sia l’aspetto essenziale secondo Dio: l’accettazione gioiosa e incondizionata del suo amore per noi. D’altra parte, l’apostolo Paolo, nell’affrontare le spinosissime questioni della comunità di Corinto, scoraggiò i confronti “orizzontali” a vari livelli. Innanzitutto, egli equiparò i vari carismi e servizi dicendo che procedono tutti dal medesimo Spirito di Dio; i credenti, indipendentemente dal loro specifico ruolo, sono da considerarsi come membra di un medesimo corpo; quindi ciò che conta è la buona salute e il buon funzionamento di quest’ultimo. Inoltre, a proposito delle fazioni (e rivalità) fra vari gruppi inneggianti all’uno o all’altro apostolo, all’uno o all’altro predicatore, Paolo si sforzò di far capire che tutti questi sono degli umili collaboratori di Dio, ma è solo Lui quello che conta, perché è sempre e solo Lui che fa crescere la “messe”! Dunque, quando il nostro caro Lettore sposta la questione sul “vantaggio” di uno (credente) rispetto a un altro (non credente), si sta mettendo su un piano di confronto “orizzontale” che la Bibbia boccia completamente. L’unico punto di vista che davvero conti è quello di Dio, ed è rispetto a Lui che noi dobbiamo rapportarci.

 

La terza frase su cui voglio soffermarmi è quella che il nostro Lettore mette fra parentesi: (“e magari nella vita si è privato di tante cose pur di piacere al Signore”). Anche se le parentesi farebbero pensare a qualcosa di secondario, mi sembra comunque significativo quanto vi è espresso. Mi perdoni il nostro caro Lettore, ma ne emerge una visione di Dio piuttosto distorta: una vita “penitenziale”, fatta di svariate “privazioni”, sarebbe una vita necessaria per piacere a Dio… Questa frase mi ricorda tanto quello che il fratello maggiore della parabola disse al padre quando questi organizzò la festa per il figlio prodigo ritornato… Mi si permetta perciò di ricordare quello che dovrebbe essere addirittura scontato e certo (almeno per chi si riconosce cristiano): Gesù è morto per gli empi. Ossia: gli “empi” (che, come dice la parola stessa, si sono posti contro Dio, e quindi non hanno proprio nulla di cui Egli possa compiacersi) sono stati l’oggetto dell’amore di Dio in Cristo!... Proprio come accade per il padre amorevole della famosa parabola, quando corre incontro ed abbraccia (magari sporcandosi le vesti) il suo figliolo pretenzioso e dissoluto che ha sperperato la sua parte di eredità. Ribadisco un punto forte, a costo di essere monotono: se non si capisce questo amore di Dio, paradossale e incondizionato, non si può capire neanche l’essenza dell’Evangelo di Gesù Cristo. In realtà le cose stanno in un ordine inverso: il fattore decisivo è proprio l’avere conosciuto l’amore e la grazia di Dio, che ci permette un atteggiamento completamente rinnovato nei confronti della vita, delle cose, di noi stessi, e che comporta di conseguenza anche un amore solidale nei confronti del nostro prossimo. Non lasciamo “le cose del mondo” per piacere a Dio, bensì, essendo stati trasformati dal suo amore straordinario, abbracciamo la Sua stessa ottica, facciamo nostra la Sua parola, cominciamo a ragionare e ad agire come farebbe Lui (pur nei nostri limiti, s’intende). E’ perciò che, orientandoci ai valori eterni del Regno di Dio, la conseguenza sarà che le cose del mondo non avranno più presa su di noi, e la nostra vita sarà santificata dalla viva presenza del Suo Spirito in noi. E certe scelte non le percepiremo più come delle “privazioni” che ci fanno soffrire, ma saranno solo la conseguenza coerente di un’adesione convinta a ciò che Dio ci insegna e ci invita a fare. Come disse una volta un bravo predicatore, che ho avuto l’occasione di ascoltare: “Il fare uscire l’aria da un bicchiere, sarebbe un problema di ardua soluzione se pensassimo di pomparla via, lasciando nel bicchiere il vuoto. In effetti è molto più semplice riempire il bicchiere d’acqua. Oltre tutto, così svolgerebbe anche la sua funzione!...”. Quindi, è sbagliato pensare che l’uomo debba “svuotarsi” dal peccato per piacere a Dio; non solo perché l’uomo non ne è capace (come ha dimostrato la sua stessa esperienza storica), ma anche perché non serve a quel fine, perché Dio ci ama anche come peccatori. E’ proprio per venirci incontro che ha mandato Gesù. Abbiamo il suo “favore” non a causa della nostra condotta, più o meno buona, ma a causa del fatto che Egli ci ha chiamati ad essere suoi figli.

 

Per finire, voglio considerare l’altra frase del nostro caro Lettore, dove egli “declassa” il paradiso solo perché non vi sarebbero i dannati a rimpiangerlo. Egli afferma: “Tu mi dirai: - Ma il secondo gode per l’eternità il favore e la presenza di Dio. Ed io ti rispondo: E allora? Il primo non sente più nulla, e quindi non soffrirà né gioirà”. Ebbene, anche qui il nostro Lettore fa precedere il punto di vista umano a quello di Dio; fa precedere, quindi, il soggettivo all’oggettivo, il relativo all’assoluto. Secondo lui, la vita eterna con Dio non sarebbe una degna conclusione della storia della salvezza solo perché non esisterebbero più coloro che ne sono stati esclusi; il premio del paradiso sarebbe segno di vera giustizia solo nel caso in cui ci fosse chi lo rimpianga… Oltre tutto, mi sembra un errore attribuire un valore (seppur negativo) al punto di vista di chi non esiste più. Infatti, chi non esiste più non può avere alcun punto di vista… Mi sbaglio?... Dunque, sul piano del ragionamento, deve avere peso solo il punto di vista di Dio (e neanche quello dei credenti salvati, in cielo). Alla fine della Storia, Dio realizzerà una piena comunione con coloro che hanno accettato il suo amore, e in qualche modo lo hanno corrisposto. Dove sta il problema?... Il male sarà cancellato, e con esso tutti i suoi figli, e la sofferenza, e la morte stessa… Come potrebbe, tutto ciò, essere inquinato, o sminuito, dalla non-esistenza di qualcosa o di qualcuno?... Sarebbe come accettare il principio che il Male possa prendersi su Dio l’ultima rivincita, proiettando le sue nere ombre persino sulla sua dimora celeste. Ma Dio è il solo e l’unico Assoluto, e perciò il suo punto di vista è l’unico che possa contare in ragionamenti come questo. Ora, sperando di non aver confuso le idee a nessuno, mando un caro e fraterno saluto a tutti quelli che hanno avuto la bontà di leggermi.

 

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