Ricordi della messa la domenica quando ero piccolo – 1955-1965 -  di Renzo Ronca - 7-1-19

 

Per tanti anni, fin da bambino, ho seguito passivamente gli insegnamenti della chiesa che quasi tutti i credenti in Italia seguivano. La messa alla domenica faceva parte di quei doveri che ci toccava fare.

La mia era una famiglia di contadini del viterbese; abitavamo in un casale fuori dal paese in campagna. La domenica mia madre e mia nonna mi vestivano bene e mi dicevano di non correre per non sporcarmi; poi insieme si andava a messa. C’era più di un chilometro di strada bianca prima di attraversare la strada asfaltata, quella importante, la Cassia. Ma io non ne sapevo il nome, per me era la “strada nuova” della Segheria, su una curva dove una volta all’anno mi portavano a vedere la corsa delle Mille Miglia, con Taruffi e Castellotti. Arrivati sulla “strada nuova” mi dicevano di battere i piedi sull’asfalto per scrollare la polvere. Mia madre era devota della Madonna del Carmine, che mi pare fosse pure il nome della nostra chiesa. Quando entravamo stavo sempre col naso in aria; mi dicevano di guardare l’altare ma io ero attratto da certe figure in gesso colorato sulle pareti che rappresentavano degli angioletti… avevano alla base come un intreccio di gesso chiaro che mi piaceva molto perché mi ricordava la trasparenza di qualche dolce… chissà se si poteva toccare o mettere in bocca per sentire com’era… 

Quando il chierichetto suonava la campanella tutti si alzavano e compariva il prete con una tonaca dorata; faceva dei gesti importanti con le mani e parlava in latino e la gente rispondeva. Mi meravigliava vedere mia madre e mia nonna che sapevano come rispondere, mi parevano anche loro importanti. Gli uomini erano pochi.

Nei primi anni delle elementari  abitavamo a Roma e ho ricordi vaghi di quelle grandi chiese. In una mi piaceva andare perché la domenica mattina ci davano la pizza bianca calda e a volte proiettavano i film con Jerry Lewis.  Nella sala parrocchiale la sera c’erano film come “La strada” di Fellini; il sabato sera mettevano prima della proiezione un piccolo schermo per vedere “Il musichiere” dalla TV, con Mario Riva.

Ad ogni vacanza da scuola tornavamo dai nonni, al paese. Ormai andavo da solo in chiesa, in un’altra però, perché loro avevano cambiato casa. La messa era sempre un dovere che mi toccava fare, come andare a scuola, fare i compiti, mettere in ordine la stanza, ecc. ma quella era anche l’occasione di rivedere gli amici (molti di loro negli altri giorni già lavoravano) e osservare le ragazzine nell’altra fila dei banconi, la fila delle femmine. Le donne avevano tutte un fazzoletto bianco in testa e sembravano tutte buone ed ubbidienti. La predica era sempre una noia e dopo le dieci o le venti lire che qualche adulto metteva in un sacchetto allungato col bastone, si aspettava il momento di uscire. Quando il prete diceva: “ite, missa est!” noi guardandoci e gonfiando le guance sbuffando come per dire “Era ora!”, dicevamo finalmente l’unica risposta che avevamo imparato bene: “Deo gratias!” ed uscivamo quasi di corsa per dare un ultimo sguardo alla ragazzina che ci piaceva.

 

 

 

 

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