Bollettino libero cristiano evangelico  dell'Associazione ONLUS  "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

 

IL RIFUGIO SPIRITUALISTA[1]

  (presentato da Angelo Galliani -  tratto dal giornale “Riforma”, del 2 Marzo 2001  - di D. Tomasetto)

 

 

 

“E’ bene che stiamo qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Marco 9:5).

 

 

 

Sul monte della trasfigurazione si esaurisce una possibile alternativa di vita cristiana: quella spiritualista. Gesù la rifiuta dal punto di vista pratico e teorico. Un discepolato vincolato all’indicazione biblica, si trova di fronte a una strada sbarrata. Riprendendo una tesi di Giovanni Miegge, avanzata nel lontano 1941, si può ripetere ancora oggi che “Riforma e spiritualismo non sono due anelli di una catena, bensì poli opposti di una grande antitesi spirituale”. Parole pesanti, ma chiare. La proposta spiritualista non costituisce un grado più alto di vita cristiana, né l’anello successivo della catena che indica la maturità spirituale di un credente. E’ piuttosto una grande tentazione che esalta se stessi ed oscura l’Evangelo. Ci viene detto che Pietro, nell’avanzare la sua proposta (il versetto in apertura; NdR), “non sapeva che cosa dire”, o meglio: non sapeva quel che diceva.

     Questo non significa che l’esperienza spirituale non faccia parte della vita del credente: significa soltanto che quell’esperienza non può costituire la situazione “normale” della vita cristiana. Questa, infatti, non si vive sull’alto di un monte, separati da tutti, lontani dalle contraddizioni e dalle tempeste spirituali, ma anche dalle occasioni che la storia presenta. Il discepolo di Gesù vive la sua vita immerso nella vicenda storica del suo tempo, e in quella vicenda, contraddittoria e problematica, mette in gioco continuamente la sua fede. Momenti di forte emotività spirituale, particolarmente intensi, costituiscono un’esperienza che è dono dello Spirito, ma che non può essere ricercata come salvaguardia contro le minacce portate alla fede, né prolungata a piacere. Gesù stesso chiama tre suoi discepoli a condividere con lui un’esperienza spirituale, ma rifiuta di prolungarne la durata all’infinito.

     A volte lo Spirito Santo ci fa vivere esperienze in dimensioni e spazi che non avremmo mai pensato, esperienze inesprimibili a parole. Ciò può avvenire in qualsiasi momento della nostra giornata, senza distinzione di luoghi e di tempi sacri e profani. Lo Spirito, infatti, non rispetta questi nostri confini. Ma, appunto, è lo Spirito che ci incontra e ci muove; non siamo noi che perveniamo a quell’esperienza, che la riviviamo a nostro piacimento, o ne facciamo una condizione “normale”, senza fine. La via mistica, costruita sull’ipotesi spiritualistica, è introversa e conduce al nulla relazionale. L’esperienza spirituale, in altre parole, non deve riproporre lo stesso itinerario della Legge, la quale, data per la vita, finisce per diventare invece strumento di morte. Su quella esperienza non abbiamo alcun controllo, ma solo un possibile criterio di verifica: se essa ci porta a desiderare di rimanere sul monte, separati dalle vicende umane, allora è una tentazione diabolica sotto mentite spoglie. Se invece ci sprona a valle, all’incontro con la vita, nostra ed altrui, allora è un’esperienza per la quale ringraziare Dio. Occorre discernimento.

 

 

 

 

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[1] Questo scritto usa il termine “spiritualista” che è abbastanza difficile da intendere correttamente. Il termine è ambiguo perché usato oggi per intendere una religione, una scienza ed anche una filosofia, oltre ad un significato italiano più generico, con qualche puntatina nell’esoterismo. In questo articolo pensiamo che possa riferirsi alla ricerca eccessiva della spiritualità, quando ad esempio si va a cercare l’esperienza mistica solo per se stessa, staccandola dalla realtà terrena in cui Gesù ci ha raccomandato di esercitare il nostro servizio cristiano.

 

 

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