TALENTI E SACERDOZIO - di Renzo Ronca - 8-7-19

 

 DOMANDA: .... ho meditato la Parabola dei Talenti. Vi chiedo: c'è una stretta relazione tra la Vocazione al Sacerdozio e uno dei talenti della Parabola? Vi chiedo anche: se c'è questa stretta relazione, il Talento/Sacerdozio può essere sostituito con il Talento/Altruismo oppure con un binomio simile ai primi due? 

 

RISPOSTA: Forse dovremmo fare un po’ di chiarezza. La parabola dei talenti (Matt 25:14-30) come quella delle mine (Lc 19:11-26) si inserisce in un contesto preciso che è quello del ritorno di Gesù che purtroppo molte chiese hanno dimenticato o non insegnano come si dovrebbe. Dopo la parabola delle dieci vergini, “anche questa parabola insegna che, quando il Signore ritornerà, troverà dei servi veri e dei servi falsi.”[1]

Mettere in relazione i talenti o uno dei talenti con la vocazione al sacerdozio può anche essere fatto in senso lato, in modo molto generico, ma senza forzare troppo la similitudine.

Non credo che i talenti (un talento corrispondeva a cinquanta chili d’argento a quel tempo, ovvero grosse somme) siano come tessere intercambiabili a nostro piacimento. Sono degli “affidamenti preziosi” che il Signore fa su ciascuno di noi, aspettandosi che vengano usati, investiti, prima del Suo ritorno, perché ce ne chiederà conto. In pratica più uno fa e più quel “fare” viene moltiplicato; se uno invece non fa niente, cioè non usa quello di prezioso che gli è stato affidato da Dio, perde ogni cosa.  “Questo corrisponde a una legge immutabile in campo spirituale: a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. A chi vuole impegnarsi per la gloria di Dio, saranno anche dati i mezzi per farlo. Più farà, più sarà in grado di fare per  il Signore. D’altro canto, ciò che non si usa si perde. La ricompensa della pigrizia è l’atrofia.”[2]

Da un punto di vista psicologico, e nel linguaggio comune, i talenti sono attitudini tendenze capacità risorse naturali, ma non in tutti, ciascuno ha i propri. Questi vanno scoperti, conosciuti, valorizzati, usati bene, non sprecati... e per fare ciò occorre consapevolezza di sé.

 

Una spiegazione che ho scritto precedentemente sulla parabola può trovarla qui: Parabola delle dieci mine (o dei talenti) .. cosa significa?

 

Personalmente ritengo che la vocazione al sacerdozio sia molto da approfondire; proviamo a dare almeno due linee fondamentali:

 

1) Per “sacerdote” cerchiamo di non intendere esclusivamente quello solito, cioè il prete cattolico sottoposto alla gerarchia ecclesiastica, che no si sposa, ecc. “Sacer-dos” vuol dire “fatto sacro”. Una sacralità che evidentemente è in mano più a Dio che a una chiesa. Noi evangelici per esempio ci sposiamo regolarmente ed abbiamo le nostre famiglie, questo non ci impedisce di servire il Signore e di proseguire un cammino di seria consacrazione.

 

2) La vocazione al sacerdozio è un versamento del cuore, che il Signore ispira nell’uomo toccando la sua anima. Questa reagisce ricercando questo abbraccio divino e servendoLo. L’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo sono le due caratteristiche necessarie (ciascuna nel suo ordine, non vanno posposte: prima è l’amore verso Dio, da cui si ricava la possibilità di amare a nostra volta)

 

Più che di talenti allora, nelle vocazioni credo si possa parlare di una imprescindibile necessità e desiderio dell’anima che ha ricevuto grazie particolari da Dio e che la chiama a servirLo.

 

Per il sacerdozio nella sua forma organizzativa pratica, ovviamente dipenderà dalla chiesa in cui vorrà inserirlo (cattolica ortodossa o evangelica), ognuna ha modalità diverse.

 

Un fraterno saluto.

 


 

[1]

Dal “Commentario Biblico del discepolo” di W. MacDonald

 

[2]

Ibidem

 

 

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