Bollettino libero cristiano evangelico  della "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

I libri dei Maccabei e il canone biblico

  -Risponde il teologo - Prof. Roberto Sargentini – 6-4-17

 

 

DOMANDA: perché i Maccabei non sono ritenuti credibili dalla corrente protestante? Come posso orizzontarmi sulla questione del canone biblico?"

 

RISPOSTA: Per quanto riguarda l’Antico Testamento esiste un canone certo, stabilito dai grandi maestri ebrei, che si ritiene sia stato chiuso intorno al II secolo aC. e che forma l’attuale Antico Testamento.

La Bibbia ebraica, cioè l’Antico Testamento, si divide in tre parti: Torah (il Pentateuco), Neviym (i profeti) e i Ketuvim (gli scritti). Da questo canone sono del tutto esclusi i libri deuterocanonici.

Questi libri sono riconosciuti come canonici, e quindi atti ad impegnare la coscienza in fatto di fede, solo dalla Chiesa Cattolica. La delibera fu presa nel corso di una sessione del Concilio di Trento (1546) per giustificare alcune posizioni dottrinali del cattolicesimo.

Le Chiese Ortodosse non hanno mai preso alcuna decisione in merito, ma li includono ugualmente nel canone.

I riformatori protestanti del XVI secolo, pur non riconoscendoli come canonici, li hanno posti in appendice alla Bibbia perché “benché utili non è possibile fondare su di essi alcun articolo di fede”. (dichiarazione La Rochelle, 1559).

Gli ebrei e le Chiese Evangeliche li escludono totalmente dal canone.

Per essere precisi, al tempo di Gesù circolavano vari canoni di cui i più autorevoli erano quello Palestinese, in uso in Israele, e quello Babilonese, in uso presso gli ebrei della diaspora in Mesopotamia. Quest’ultimo includeva i libri deuterocanonici che invece erano esclusi dal canone Palestinese perché ritenuti non ispirati e privi di autorità normativa riguardo la fede. È significativo che Gesù e gli apostoli non li abbiano mai citati nei loro scritti o nella loro predicazione.

Chi ha letto quei libri avrà notato come la maggior parte di essi è composta da racconti favolistici a sfondo morale, e come siano stati scritti con stile e contenuti che stridono fortemente con i libri canonici.

Tuttavia ci sono delle eccezioni:

  1. Il libro di Ester Greco, così chiamato perché giunto a noi nella lingua greca, è praticamente identico al racconto dell’Ester ebraico ma si presenta più ricco di particolari che rendono la storia più completa;
  2. La Sapienza, che allude a concetti espressi in Omero, Esiodo e Platone e che ripete in alcune sue parti le vicende del popolo ebraico;
  3. Siracide, una raccolta di massime di saggezza che ricalca lo stile dei Proverbi;
  4. Baruc, attribuito secondo alcune tradizioni al segretario di Geremia (Gr. 32:12; 36:4), tratta del tema della penitenza nei giorni di digiuno e della riconciliazione con Dio.

 

Un discorso a parte meritano I Maccabei II Maccabei. Questi libri non contengono né testi profetici né norme religiose né consigli morali, ma essenzialmente fatti storici.

Essi ci raccontano dell’oppressione dei Seleucidi sul popolo ebraico, le efferatezze compiute da Antioco IV Epìfane, la profanazione del Tempio, la resistenza ebraica, la vittoria del popolo di Dio fino alla vittoria, la purificazione del Tempio e il grande miracolo di Hanukkà che è celebrato ininterrottamente da 2182 anni da tutti gli ebrei del mondo.

Si tratta dunque di libri che non attengono alla fede o alla morale, ma che riportano fatti storici in cui risalta, come nel libro di Giosuè, la fede e il coraggio del popolo ebraico, e la forza che ha trovato in Dio per resistere a chi voleva distruggere la sua fede e privarlo della libertà.

Per quanto riguarda i libri del Nuovo Testamento non si può parlare di libri deuterocanonici ma di libri apocrifi che nessun studioso della Bibbia degno di questo nome ha mai tenuto in considerazione. Si tratta di libri scritti in epoca medioevale in cui, accanto a favole inventate di sana pianta circa Gesù, gli apostoli, Maria Maddalena ecc., troviamo elementi di mistica indiana mischiati a stralci dei vangeli canonici. Per non parlare delle Apocalissi apocrife, spesso un compendio di catastrofismo ante litteram, che hanno preparato i popoli cristiani alla psicosi dell’anno 1000. Basta leggerle per non avere dubbi sull’argomento.

Completamente diverso è il discorso dell’Apocalisse canonica la quale, è vero, ha avuto difficoltà ad essere inserita nel canone ma per motivi che nulla avevano a che fare con la sua credibilità e rivelazione divina.

Il canone del Nuovo Testamento ha iniziato a prendere forma nel II secolo dC. e si è chiuso nel V secolo. Già dagli inizi del II secolo la chiesa dei Gentili presentava germi di antiebraesimo che è giunto, nel giro di due secoli, ad abbandonare l’insegnamento della Bibbia e quanto in essa c’era di ebraico per abbracciare, cristianizzandoli, riti e dottrine proprie al culto pagano romano.

L’apocalisse, come risulta evidente a chi conosce l’Antico Testamento, è piena di elementi ebraici. Oserei dire che è il libro che contiene il maggior numero di elementi ebraici di tutto il Nuovo Testamento ed è mia convinzione che non può essere capita se non conoscendo la cultura religiosa ebraica e il suo modo di esprimersi.

È evidente che in quella atmosfera permeata di sentimenti contrari alla fede ebraica, un libro come l’Apocalisse non poteva che suscitare opposizione. Senza dimenticare che preconizzava la fine di un impero, quello romano, che malgrado avesse da tempo iniziato a mostrare cenni di cedimento (cadrà nel 476, qualche decennio dopo l’introduzione dell’Apocalisse nel canone), si riteneva eterno. Un libro del genere avrebbe potuto alienare ai cristiani – i quali non disdegnavano i vantaggi derivanti dalla politica – il favore dell’imperatore. Un motivo sufficiente per ritardarne il riconoscimento il più tardi possibile.

 

 

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