Bollettino libero cristiano evangelico  dell'Associazione ONLUS  "Piccola Iniziativa Cristiana" a cui tutti possono partecipare utile per la riflessione e lo studio biblico

 

Se è male confessarsi, allora perché DOPO mi sono sentito così bene?

chiarimenti sul perdono dei peccati da parte di Dio e la "confessione auricolare cattolica"

29-4-11, aggiornato il 28-2-12

 

 

 

 

La confessione (particolare) - Tela di G. Moltieni - 1838

 

 

 

 

DOMANDA: So delle contraddizioni nella chiesa cattolica e certe volte mi sento confuso, per esempio so che voi non praticate la confessione, eppure io mi sono anche confessato e dopo mi sono sentito una gioia indicibile. Se è male allora perché stavo così bene? che dire? non mi so dare una risposta.

 

RISPOSTA: Caro lettore, se dovessimo valutare la verità delle cose solo con le nostre sensazioni allora ci troveremmo di fronte a milioni di possibilità! Sentivo proprio l'altro giorno in TV di una donna che, manifestando una sua visione mentre era in pericolo di vita, ha sentito dirsi da presunti "angeli" che "non esiste il peccato", e questo pare l'abbia fatta sentire benissimo, come non era mai stata prima!!

 

Per rispondere un po' più obiettivamente alla tua domanda dobbiamo pensare a due sezioni di risposta: quella psicologica e quella biblica.

 

Da un punto di vista psicologico ogni pesantezza, dovuta al senso di colpa, ristagna, non è salutare, ci carica di un peso sempre più insopportabile che richiede uno scarico emotivo. Quando troviamo una brava persona che ci ascolta e con parole sagge ci tranquillizza, allora veniamo sollevati da quel peso e ci sentiamo finalmente liberi e felici dalla colpa. Questo direi che è abbastanza normale.

 

Da un punto di vista biblico non c’è nessun riferimento nella Scrittura alla “confessione privata” o “auricolare” imposta obbligatoriamente nella dottrina cattolica. "Confessione" e "perdono" sono comunque due aspetti separati che andrebbero approfonditi. Giuda per esempio confessò ai preti del suo tempo il suo peccato, ma si suicidò per il senso di colpa.

 

In una “scheda storica”[1] leggo che nella Chiesa cattolica tale obbligo arrivò tortuosamente: Si comincia a diffondere in Europa nel 6° secolo, introdotta da monaci irlandesi e all’inizio non fu accettata, infatti nel 3° Concilio di Toledo del 589, fu dichiarata persino “esecrabile presunzione”. Tuttavia questa abitudine andò avanti fino al 13° secolo, quando con il Concilio Lateranense divenne obbligatoria (da Papa Innocenzo 1215 d.C.)  Ma soltanto nel 16° secolo, nel Concilio di Trento,[2] in polemica coi protestanti, la confessione auricolare viene dichiarata “sacramento”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché è bene non confessare il proprio peccato ad un’altra persona?

 

Primo, perché SOLO Dio può rimettere i peccati;

 

Secondo, perché “il peccato inquina”. Una donna che racconta i peccati di tipo sessuale ad un uomo-prete (che per giunta ha la proibizione di toccare donna) non può non turbarlo; stessa cosa se fosse al contrario.

 

Se tra amici ci confessiamo delle mancanze generiche (scusa se ti ho risposto male, perdonami se ti ho rubato il portafogli) non è una cosa cattiva: saper chiedere perdono e saperci perdonare, fanno parte della nostra maturità di fede. Ma la remissione dei peccati è cosa che riguarda solo Dio e si esprime  nella nostra intimità di preghiera con Lui.

 

copiamo di seguito una nota del commentario biblico on line* (l'evidenziazione in giallo è la nostra)

Le parole degli Scribi e dei Farisei in Capernaum: "Chi può rimettere i peccati se non il solo Dio?" Marco 2:7, esprimono una verità che nessuno può mettere in dubbio Isaia 43:25. Ne segue che l'autorità di cui il Signore qui investe i suoi discepoli deve accuratamente distinguersi da quella incomunicabile prerogativa divina. Dal senso che il Signore dà a consimili parole, "legare, sciogliere" Matteo 18:18, applicandole alla disciplina nella sua Chiesa; nonché dal senso illimitato dei verbi "avrete rimessi", "avrete ritenuti", in questo versetto, è evidente che il privilegio qui annunziato, lungi dall'esser conferito ai soli apostoli, estendevasi a tutti i credenti lì presenti, anzi a tutta la Chiesa spirituale di Cristo. E innegabile che il Signore concesse agli apostoli certe prerogative esclusive, le quali erano necessarie all'esercizio del loro ministerio ma che essi non poterono trasmettere ad altri, come il dichiarar l'Evangelo con infallibile accuratezza, il confermare il loro insegnamento coi loro miracoli, lo scrivere sotto la diretta ispirazione dello Spirito Santo, il poter discernere gli spiriti 1Corinzi 12:10; 1Giovanni 4:1, di coloro coi quali conversavano, come lo si vede nei casi di Anania, di Saffira, di Simon Mago, e dell'incestuoso di Corinto Atti 5:3-9; 8:20; 1Corinzi 5:3-5. Ma l'assurda idea che il Signore intendesse con queste parole delegare agli apostoli, o a chiunque altra persona, il potere assoluto di perdonare, o di non perdonare il peccato, di assolvere o di non assolvere un'anima, devesi rigettare, perché antiscritturale e blasfematoria "Nessuno degli apostoli esercitò mai in modo letterale od autoritari o un tale potere. È evidente che essi non si sognarono mai di possederlo. Gesù lo diede solo in senso dichiarativo o ministeriale, come a quelli che dovevano essere gli interpreti autorizzati della sua parola; e la vera natura di quel potere si vede nella disciplina che i ministri devono esercitare nella Chiesa. I predicatori dell'Evangelo sono autorizzati a dichiarare perdonato, per il sangue di Cristo, chiunque crede in lui; e non perdonato, ossia rimanente tuttora sotto la condanna, chiunque ricusa di ricevere Cristo, offerto nell'Evangelo quale l'unica propiziazione del peccato. Gli Atti degli apostoli e le loro Epistole non ci presentano un solo esempio di un apostolo che si creda lecito di assolvere o di perdonare qualsiasi persona; essi sempre attribuiscono un tal potere a Cristo, Confr. Atti 10:43; 13:32,38; 16:31. Non c'è una sola parola, nelle Epistole pastorali di Paolo a Timoteo e a Tito, che mostri che considerasse l'assoluzione come un ufficio, del ministerio cristiano. Ed in vero è contrario ad ogni ragione il supporre che Dio, il quale conosce così bene la debolezza e la falsità del cuore umano le passioni che lo agitano, e l'impossibilità, anche per il ministro il più avveduto, di giudicar se siano veri o finti il pentimento e la fede di un uomo, abbia commesso ad uomini mortali un potere così assoluto come sarebbe quello di perdonare ai loro simili i loro peccati. L'esperienza della Chiesa Romana, i cui sacerdoti sono considerati come possedendo il diritto di assolvere i peccatori, e di chiudere il cielo, a quelli che non hanno ricevuto la loro assoluzione, ci dà la prova indiretta più concludente che le parole del Signore non potevano avere se non un senso dichiarativo. Non è possibile immaginare nulla di più nocivo, così per il clero come per il popolo, che i frutti del sistema romano di penitenza e di assoluzione. È un sistema che ha degradato il popolo, lo ha rivolto indietro da Cristo, e lo trattiene in uno stato di schiavitù e di tenebre spirituali" (Ryle).

[*Commentario esegetico-pratico dei quattro Evangeli del Rev. Roberto Gualtiero Stewart, Dott. in Teol., già pastore della Chiesa Scozzese a Livorno. Terza edizione, riveduta ed alquanto abbreviata dal Prof. Enrico Bosio, D. D; Torre Pellice, Libreria Editrice Claudiana, 1929]

 

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[1] “Scheda storica sulla confessione dei peccati dal 2 secolo ad oggi” di C. Barone tratta dal fascicolo  “Confessarsi perché” di Barone, Di Lorenzo, Hegger.

[2]  Il Concilio se ne occupò dal 1545 al 1563, nella Sessione XIV,  con 9 capitoli e 15 canoni.

 

 

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