DOLORE DIMENTICATO DI DIO

Accenniamo all’aspetto del dolore divino solo per controbilanciare una falsa tendenza della predicazione “buonista” moderna, che si ostina a vedere superficialmente il Dio d’amore come un Essere etereo  tranquillo distaccato tollerante, pronto ad esaudirci, che alla fine tutto perdona e tutto accoglie.  

Parte 3 da: “Avvicinarsi a Dio depurandoci da certe chiese”-di Renzo Ronca – 4-1-19-

 

 

 

 

(segue)

Riprendiamo da quanto avevamo detto l’ultima volta ed ampliamolo:

 

 Certe predicazioni devono cambiare, soprattutto in ambiente pentecostale: evitiamo di ripetere all’infinito le stesse cose: “Dio è amore, Dio ti ama, chiedi qualsiasi cosa e l’otterrai..”  Qs tipo di predicazione è diventata una abitudine, un fatto che si dà per scontato, uno standard ripetitivo, ma che purtroppo in certi casi assomiglia solo ad uno slogan(1).

Il pericolo è che si annunci un concetto sbagliato: quante persone, convinte di ottenere subito la guarigione o un importante miracolo, sono sprofondate in amare delusioni! Il rischio è persino quello di perdere la fede.

Dio è amore è vero, ma non è solo amore, è anche giustizia, lungimiranza, desiderio, gelosia, passione, profondità nascosta…   Invece abbiamo fatto di Dio un Essere inamovibile sereno e tranquillo che sa solo amare e che non vede l’ora di esaudirci. Ma l’esistenza di Dio non ha lo scopo di esaudire l’uomo (se mai è vero il contrario). Non dico che in D. non ci sia il desiderio di esaudirci ogni volta che chiediamo qualcosa, come c’è in ogni padre verso ogni figlio, ma affinché il figlio cresca bene e diventi maturo il padre sa che non può esaudire ogni sua richiesta: il figlio deve imparare che ci sono richieste buone ed altre che sembrano buone, e che potrebbero essere un male. Per questo la fiducia di un figlio nei confronti di un genitore dovrebbe manifestarsi anche nell’obbedienza; non perché sia sempre d’accordo con quanto dice il padre, ma perché si fida che quanto dice il padre sia più giusto di quanto vorrebbe lui.

L’Eterno non è su una nuvoletta con lo sguardo sereno tra  melodie angeliche… E’ un Essere che partecipa con grande passione alla nostra vita terrena. Com-passione. Come poteva sentirsi il padre della parabola del figliol prodigo quando questi decise di andarsene per conto suo senza ascoltarlo? Non credo fosse felice e sereno. Il nostro Dio  soffre profondamente per la nostra ribellione ed autonomia. Non ha sentimenti di vendetta contro di noi, ma di grande pena, di dolore, come un cuore di un padre che si strugge quando un figlio si fa male da solo buttandosi nella droga o in altre strade che finiranno per distruggerlo.

E’ questa parte che dobbiamo imparare a considerare e di cui parliamo oggi: il Dio del dolore e della sofferenza per causa nostra. Comprendere anche il Dio del dolore assieme al Dio dell’amore ci aiuterà a conoscerLo meglio e a considerare in modo più completo il Suo amore per noi.

 

Le predicazioni devono sforzarsi di uscire il più possibile dalle “frasi fatte” (espressioni convenzionali, modo di dire superficiale ripetitivo) perché tale ripetizione fa perdere il valore plastico (flessibile elastico) iniziale e mostra una specie di verità piatta, accettata da tutti, ma senza più la vita di cui inizialmente era pervasa.

 

Anche dire “Dio è nel dolore” può essere sbagliato così come dire “Dio è amore”. Detti così sarebbero riduttivi. Sono invece componenti di una personalità troppo complessa e grande per l’uomo perché l’uomo possa racchiuderla in una definizione. Dio, anche se Gli togliamo il mito dell’aureola e delle arpe sulla nuvoletta, è molto più di come immaginiamo. Proviamo a pensare al governo dell’Universo. Quante cose ha, oppure è, il nostro Dio!

Noi qui accenniamo all’aspetto del Suo dolore solo per controbilanciare una eccessiva consuetudine “buonista” che si ostina a vedere il Dio d’amore come un Essere etereo  tranquillo distaccato tollerante che alla fine tutto perdona e tutto accoglie. Non può perdonare o accogliere tutto. L’apocalisse ci mostra in modo terribile quello che succederà al popolo che Lui stesso si era riservato. Non ha forse Dio amato tanto il popolo di Israele? E non lo ama ancora oggi? Eppure quante prove ancora dovrà superare! E’ forse contento l’Eterno quando il Suo popolo soffre e muore? Quanto può soffrire Dio!! Eppure D., che in un attimo tutto potrebbe distruggere e rifare in modo perfetto, si auto-sottopone alla giustizia, alla stessa Parola che Lui stesso ha pronunciato, restandovi fedele: Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 17 ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai»” (Genesi 2:16-17). Non sarebbe stato facile da parte del Signore, per salvare l’uomo, annullare il comandamento? Però per coerenza, fedeltà alla propria Parola, per rispetto verso chissà quante migliaia di mondi e di esseri angelici che sono nel creato e che avevano superato forse una prova di fede simile, Dio diventa anche giudice esecutore della Sua giustizia, equa, corretta, universalmente giusta. Nessun essere creato (specialmente l’Accusatore) potrà dire che Dio ha fatto delle preferenze. Ma nell’applicare questa legge di morte, come sarà stato il cuore di Dio? Non felice, ma triste, enormemente triste ed amareggiato. Il fatto che D., come sappiamo, abbia deciso di prendere su di Sé il peso del peccato dell’uomo (l’ineluttabile morte) facendo passare il proprio Figlio Gesù nella condanna della croce, era si un gesto d’amore, ma quando dolore in quell’amore!!!  Noi conosciamo (sarebbe meglio dire “abbiamo letto”)  il dolore di Gesù Cristo nel Getsemani, sulla via della passione finale fino alla croce, ma abbiamo pensato anche al dolore del Padre?

Quando Gesù sprofonda in quel cupo disperato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matt 27:46), come poteva sentirsi il Padre? Forse non poteva/voleva intervenire? Eppure non il Dio del solo amore verso il Figlio prevalse, ma il Dio del sacrificio del Figlio, il Dio della giustizia. Accettare quella morte era amore o dolore? Uno non ama la morte quando muore. Quando si muore a quel modo si soffre da cani, in modo indescrivibile. Che sullo sfondo ci sia poi l’amore, la salvezza per tutti noi, d’accordo può essere una bella consolazione/motivazione, ma quello che si prova è comunque solo una sofferenza che nessuno può capire. Il Signore Gesù dovette provare questo dolore che per fortuna noi non proveremo mai a quel modo, cioè il dolore dell’abbandono da parte del Padre. Non Gli rispondeva più. C’era solo il nero del vuoto della morte spirituale prima di quella fisica. Ed era quella la prova che il Signore doveva superare: soffrire la punto tale da perdere Dio Padre (come l’aveva perso l’uomo) eppure resistere in una illogica impossibile fiducia. Ma questa fede illogica ed “impossibile” fu provata dal Padre e dal Figlio con distaccato amore? Non credo proprio. Ciò che il cuore di Dio avrà sentito sarà stato un cuore spaccato dal dolore, con tanto sangue fino a che non ne uscì più.

Ecco quando sentiamo o diciamo frasi ripetute tante volte: “il sangue di Gesù ci salva dai nostri peccati”  e poi ridiamo, saltiamo e balliamo.. beh, sarà anche giusto fare così perché in effetti con la resurrezione c’è stato il trionfo sulla morte, ma a me viene voglia di piangere al pensiero di quel sangue che Gesù ha sparso anche per me. Io so di non aver certo meritato la salvezza e per questo pur lodando e ringraziando Dio per un dono così grande, dentro di me vorrei sparire per il dolore che Gli ho arrecato. Forse sarà pazzia ma vorrei dirGli: no Signore! Non morire per me!

Ad ogni modo, senza arrivare a forme esagerate col rischio di ribellarci pesino alla salvezza per grazia rendendo inutile il sacrificio del Padre e del Figlio, vorrei che l’uomo si umiliasse di più davanti alla croce.

Dio si è rivelato all’uomo in Cristo come un uomo di obbedienza e sofferenza. Non dimentichiamolo. Se nella Pasqua festeggeremo la resurrezione nell’attesa del Suo ritorno, ricordiamoci che Dio, nel nostro presente, vive le nostre pene come viveva quelle di Gesù nella sua passione.

Ce la faranno tutti i credenti a resistere nelle prove? Le predicazioni esaltanti di certe chiese hanno eliminato il dolore. Non se ne può parlare: “chi soffre non è salvato” dicono. Niente di più sbagliato!!! Chi soffre potrebbe invece partecipare al dolore di Dio nel contemplare un mondo che sta cadendo nel precipizio della morte.

Quando preghiamo diciamo sempre come disse Gesù nella prova: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi» (Matt 26:39). Chiediamo pure quello che il ns cuore vorrebbe, ma sottoponiamo sempre il tutto alla Sua volontà. Certe volte non la capiremo questa volontà, come non la capì Giobbe: l’Eterno non rispose ai “perché” di Giobbe; noi sappiamo della disputa di Satana, ma Giobbe non lo seppe mai. La risposta di Dio dunque non fu l’esaudimento di una preghiera ma la Sua presenza in un cuore addolorato. E cosa fece questo cuore addolorato di Giobbe? Alla presenza della gloria dell’Eterno accettò ogni cosa tacendo. Forse anche noi di fronte a certi silenzi di Dio dobbiamo imparare a parlare meno e ad accogliere anche ciò che al momento non capiamo.

Le predicazioni dunque aprissero uno spiraglio sui sentimenti di Dio, spiegando che il Suo infinito amore non è così felice come pensiamo noi, e non è che Lui voglia o debba solo risolvere i ns problemi adesso subito, qui, in qs tempo, esaudendoci sempre in tutto. Ma che in Dio  c’è una giustizia molto più ampia di quella che vediamo nella piccola Terra in cui viviamo, una giustizia difficile a comprendersi. Comprendiamo che nell’amare di Dio vi è tanto, tantissimo dolore. Mettiamo allora nei nostri culti, che certe chiese vedono solo come show festosi, mettiamoci anche un momento di riflessione solenne su questa sofferenza che ancora stringe il cuore di Dio, mettiamola nei culti e nelle preghiere personali, usando solo il silenzio e partecipiamo al Suo dolore anche con il nostro. In questo modo la lode che poi pronunceremo, forse sarà a Lui più gradita.

 

 

 

(1) SLOGAN: Frase sintetica, orecchiabile e suggestiva, destinata a rimanere impressa nella mente e a persuadere l'ascoltatore, usata spec. nella propaganda politica e in pubblicità.

Origine: Dal gaelico scozzese sluagh-ghairm ; propr. “grido di guerra”

 

  pag precedente   -    Indice di "miglioriamo le nostre comunità"  -    Home

 

 

 

Questo sito ed ogni altra sua manifestazione non rappresentano una testata giornalistica sono scritti NON PROFIT, senza fini di lucro, per il solo studio biblico personale di chiunque lo desideri - vedi AVVERTENZE