DIO NON E’ NELL’ACQUISITO

-Tendenza dell’uomo a “fermare” le rivelazioni di Dio facendone leggi che diano sicurezza-

Parte 2 da: “avvicinarsi a Dio depurandoci da certe chiese” di Renzo Ronca – 31-12-18

  

(segue)

Se Dio può facilmente investigare il cuore dell’uomo, non si può dire che sia facile il contrario: l’uomo può conoscere Dio solo sulla base della Sua volontaria rivelazione.

A volte questo avviene per i credenti “nati di nuovo” cioè tramite lo Spirito Santo che ci è stato donato: 1 Co 2:9 “Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». 10 A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. 12 Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; 13 e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. 14 Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. 15 L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno.16 Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo.”

 

Passaggi scritturali come questo non possono essere letti di corsa ed applicati in maniera meccanica. L’”uomo spirituale” infatti è una parte dell’uomo terreno in via di trasformazione; noi dobbiamo convivere con una parte carnale:

Rom 7: 22 Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l'uomo interiore, 23 ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? 25 Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato.

 

Dunque è prudente dire che potremmo…. (condizionale)…  conoscere ciò che è di Dio, ma sempre QUANDO E COME VUOLE DIO STESSO, per tramite dello Spirito Santo.

 

Se come abbiamo detto l’uomo “nato di nuovo”, cioè “l’uomo spirituale”, finché resta sulla terra deve fare i conti con l’uomo terreno che lo costituisce, è bene dunque che conosciamo prima certi NOSTRI comportamenti e tendenze.

 

Una delle inclinazioni dell’uomo è cercare di FERMARE ciò che si muove per osservarlo meglio e poterlo capire. Questo “fermare” gli eventi anche idealmente, ritagliare un fatto per trarne poi delle leggi per es fisiche, non è male in se stesso, credo si possa parlare di intelligenza dell’uomo, basti pensare alla mela di Newton (1); tuttavia applicare questo tipo di sperimentazione a Dio è alquanto azzardato. Per quanto l’uomo nel corso dei secoli abbia sentito la necessità di farsi una idea precisa di Dio, possiamo dire che al massimo sia riuscito a proiettare se stesso.

 

Diverso è il caso in cui l’azione della rivelazione parta da Dio e arrivi poi all’uomo. Per quanto misterioso ed inaccessibile sia Dio, Egli cerca sempre di rivelare di Sé all’uomo quanto l’uomo possa capire. Una specie di irraggiamento graduale e crescente dall’inizio del mondo fino alla sua fine; una specie di preparazione/illuminazione dell’uomo fino a renderlo sempre più “compatibile” con l’Essenza Divina; una comunione che avverrà completamente quando i credenti dopo il rapimento parteciperanno al “banchetto celeste” e alle “nozze dell’Agnello” prima di tornare con Gesù a governare la terra per il millennio.

Possiamo parlare allora di Dio come di un Essere complesso in un continuo movimento creativo, continuo e fuggevole come il vento, come il fuoco dello Spirito. Un po’ difficile “fermare” un movimento che si espande così, non vi pare?.

 

Tuttavia la propensione umana a “fermare” gli eventi rimane. Anche quando non dovrebbe. L’uomo terreno è un pellegrino sulla terra e ad un certo punto della sua vita muore. Non capisce questa realtà terrena mortale che contrasta con quella spirituale eterna, che intuisce ma non tocca; quindi trascorre la sua esistenza terrena in uno stato precario alla ricerca di certezze che durino sempre. Lui “sa” in che in modo si sentirebbe  sempre bene.

L’uomo terreno tende a soffermarsi sull’acquisito. Egli ha bisogno di punti fermi, di leggi regolamentazioni chiare interne ed esterne; da queste abitudini ricava le sue sicurezze per poter vivere.

Ma Dio non è presente nell’acquisito. Nel momento che ti sembra di aver capito qualcosa di Lui, che hai stabilito di Dio qualcosa di “fermo”, di stabile, e su quello  costruisci i tuoi ragionamenti, ecco che quella stabilità, Dio stesso te la toglie. Sembra che Dio ci voglia mantenere nell’incertezza.

Tutto questo, pure se ci lascia perplessi e smarriti, ha un senso: la natura dell’uomo terreno, come abbiamo detto, è fermarsi, e, su quella fermata, edificare, forse idealizzare, pensando che quell’attimo fermato, con quanto vi è dentro,  possa durare per eternità. In realtà forse vorrebbe fermare e rivivere un ricordo, che è PER l’eternità: l’uomo nella profondità di se stesso ha un inconscio ricordo di Dio, di quando lo ha creato e gli ha fatto fare i primi passi. Anche se poi ha subito perso l’Eterno per una grave scelta sbagliata, la tendenza dell’uomo è sempre quella di ritrovare il suo Papà che lo guidi e lo protegga da ogni pericolo. Per questo “ferma” certi punti fondamentali, quasi fossero pezzetti di Dio. E’ il suo schema spirituale, diremmo il suo “format” interiore.  Difficile vita per l’uomo, condannato momentaneamente a stare separato dal Padre. L’uomo vive contraddizioni che gli spezzano il cuore: ha bisogno di avere un riferimento oltre se stesso, ma non potendo più “toccare” Dio, tende a fidarsi di tutto ciò che in qualche modo glielo ricorda o Gli assomiglia, o che crede Gli somigli. La vita terrena sfugge inafferrabile tra le dita e tra i pensieri dell’uomo, anche se l’uomo cerca disperatamente di fermarla. L’”eterno presente”, contorno essenziale di Dio, è nel ricordo inconscio dell’uomo; ma anche se cerca di fermarlo non vi può riuscire perché è soggetto alla legge del tempo lineare terreno, che culmina con la morte.

Anche il credente, anche il cristiano che frequenta una chiesa in cui si prega Dio, pur avendo capito razionalmente tutti i passaggi della salvezza, tende a fissare certi insegnamenti, questa idea-ricordo di Dio che gli si forma nella mente.  Chissà, forse da questa tendenza-necessità senza discernimento, nasce anche l’idolatria.

Dio si è rivelato all’uomo nella sua storia, GRADUALMENTE; sulla base di quanto l’uomo potesse capire al momento.

L’uomo ad ogni rivelazione che Dio fa di Sé -che è come il gradino di una scala- si ferma, ammira sorpreso quel gradino di conoscenza e di quel gradino vorrebbe fare un altare, un luogo dove stare sempre fermo, come fosse il massimo per lui (“Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia»” Marco 9:5).

In realtà Dio è un movimento in espansione al di fuori del nostro tempo terreno, come la fiamma nel roveto che vide Mosè, e non è né bene né possibile “fermarlo”. La cosa giusta sarebbe limitarci ad osservare ed ascoltare questo fuoco divino che arde senza bruciarci, e non tentare di “metterci la mano dentro” o di fargli un recinto tutto intorno. Se tentiamo di recintare la sua potente attività creatrice sarebbe come recintare l’universo in movimento: ci travolgerà perché Dio non è contenibile dall’umano (siamo noi contenuti in Lui, non viceversa); se ci mettiamo “il dito dentro” saremo distrutti in un attimo come accadde ad Uzza (2 Sam 6:6-7), perché l’umano che è in noi, il corpo che ci avvolge, non può entrare a contatto con il Divino; a meno che il Divino stesso non lo immunizzi o lo protegga in qualche modo speciale.

Dovremmo evitare troppa confidenza o familiarità quando parliamo di Dio. Lo stiamo umanizzando sempre più perché abbiamo “fermato” di Lui solo una parte, ci siamo concentrati solo nella parte in cui si è rivestito in Cristo di un corpo, per venirci vicino ed aprirci una strada oltre la morte. Ora è vero che Dio ha voluto ed attuato in Cristo questa salvezza, ma essa rimane PER FEDE. L’uomo PUO’ essere salvato, SE crede in quanto il Signore ha rivelato. Non è che da Gesù in poi TUTTI sono salvati, buoni e cattivi. SE l’uomo si converte e prosegue bene il suo cammino lasciandosi guidare da Dio-Spirito-Santo, ALLORA, SI, può essere salvato al ritorno di Gesù; e quando tornerà Gesù mostrerà un’altra parte della persona di Dio: la parte della giustizia.

 

Ma l’uomo fa spesso questo errore: prende una intuizione-rivelazione di Dio -per es. “Dio è amore”- e su quella costruisce TUTTA la sua fede. Poi però quando l’Eterno mostra di Sé una parte diversa (per es. “Dio degli eserciti” o “l’ira di Dio” o il Suo silenzio) ecco che l’uomo va in crisi e non sa più coniugare la sua fede. Nascono allora quelle frasi spontanee del tipo: “come può Dio che è amore permettere tutto questo?” E qui il credente si sente scandalizzato e spesso rischia di perdere la sua fede.

 

Il senso della CROCE, pure se tutti ne parliamo e tutti diciamo di averlo capito, in realtà non sempre mostriamo di averlo capito e nemmeno “digerito”. Per questo ci sorprendiamo e ci scandalizziamo ogni volta che un “pezzetto di croce” o di ingiustizia ci tocca da vicino.

 

Questa tendenza a ricercare la sicurezza nell’apparenza si vede anche nel nostro idealizzare le denominazioni delle chiese. L’uomo sembra pensare: “Le chiese parlano di Dio e dunque sono Dio, sono sicure stabili, quindi le seguo perché in esse io mi riempio e mi appago”. Il ragionamento può essere sbagliato. Dio, la Chiesa di Gesù e l’uomo ad immagine di Dio dovrebbero avere in comune un movimento di espansione continuo, non l’acquisizione di una verità che rallenta il movimento e si fissa in una legge nel tempo terreno.  Il nostro bisogno di sicurezza, tanto necessario e piacevole, può anche farci perdere quel movimento interiore, quello sviluppo dello spirito nostro che ha in se stesso il modello di Dio. E’ normale che il corpo terreno non lo capisca, ma il nostro “io” comanda tutto il nostro essere e dunque deve saper quale parte di noi privilegiare. Se essere in Dio significa vivere fuori dall’acquisito, dal sicuro appoggio di una dottrina o di una regola, allora lo accetteremo. Vuol dire che vivremo così, nell’incertezza di una fede che anela a Dio e a volte soffre per non averLo come vorrebbe. Gesù gli disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».” (Matteo 8:20)

 

Il soffermarsi troppo su una rivelazione (anche giusta) produce l’abitudine, e l’abitudine produce la tradizione, e la tradizione porta il dogma dottrinale imposto dalla chiesa-denominazione, ed il dogma imposto porta il giudicare tutti quelli che non seguono il dogma. Quante anime sono state uccise dalle chiese dell’uomo, messe al rogo,  solo perché cercavano di proseguire il cammino che Dio chiedeva!

La ricerca della sicurezza dottrinale religiosa dell’uomo porta a distruggere lo Spirito di Dio.  

 

Le predicazioni devono cambiare: evitiamo di ripetere all’infinito le stesse cose: “Dio è amore, Dio ti ama, chiedi qualsiasi cosa e l’otterrai..”  Abbiamo fatto di Dio un Essere inamovibile sereno e tranquillo che sa solo amare e che vive solo per esaudirci. Non dico che parte di questo non esista, ma è importante crescere e mettere in evidenza che non sempre ci esaudisce come vorremmo.

Poi c’è un’altra parte di Dio, del Suo carattere, di ciò che Egli ”prova” oggi, se così si può dire. che va scoperta e accolta: parlo ad es. del dolore di Dio, della sofferenza di Dio. Ritengo che comprendere anche il Dio del dolore ci aiuti a conoscerLo meglio e a considerare in modo più reale il Suo amore per noi.

(continua)

 

(1) La mela e la gravità Si racconta che Newton nel 1666, l'annus mirabilis, fosse seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe quando una mela gli cadde sulla testa. Ciò, secondo la leggenda diffusa da Voltaire, lo fece pensare alla gravitazione e al perché la Luna non cadesse sulla terra come la mela. (Wikipedia)

 

 

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