IL CREDENTE “DEVE” ESSERE SEMPRE FELICE? - di Renzo Ronca - 17-1-13-  (agg. 20-3-21)

 

 

 

 

Una volta frequentavo una chiesa in cui la regola era “essere felici”. La cosa sembra giusta in senso generale, ma lì succedeva che se uno era triste malinconico, se aveva sofferenze, dolori, malattie, o peggio ancora se in particolari momenti di preghiera piangeva, allora per i responsabili significava che era nel peccato. Non è che l’allontanavano, ma certo lo consideravano un “diverso”, uno che non era nella grazia di Dio.  Qualcosa - secondo loro -  doveva per forza aver commesso, per essere in quello stato! Dunque giù a rimproverarlo a dirgli di confessare la sua colpa e poi di sorridere….

Questo modo di affrontare il problema era devastante per il credente, che quasi sempre o se ne andava o finiva in analisi.

 

L’uomo è una creatura molto fragile e passa regolarmente tutti gli stati d’animo tipici degli esseri umani nel corso della sua vita terrena. Anche Gesù pianse per la morte del suo caro amico Lazzaro (Giov. 11:35) e non si può certo dire che non fosse nella grazia di Dio o che fosse disperato, visto che poi lo resuscitò. Dunque accumunare SEMPRE pianto, dolore, sofferenza, tristezza con la disperazione o la perdita di fede, è un errore di valutazione grave, per chi è un responsabile di una chiesa.  

 

Se leggiamo i salmi ci consolano perché in essi vediamo la debolezza dell’uomo che, passando in varie fasi emotive, alla fine riesce sempre ad aprirsi alle benedizioni di Dio e a riconoscere il Suo amore salvifico. Il pianto il riso la tristezza sono emozioni normali; possono preoccupare o divenire addirittura patologiche quando assumono caratteristiche particolari, come una prigione da cui non si riesce più ad uscire.

 

Anche il ridere per esempio, chi ha detto che vada sempre bene? L’eccessivo ridere anche senza motivo non è normale e penso possa indicare qualcosa che non funziona bene. C’è un tempo per ogni cosa “un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare”(Ecclesiaste 3:4) e nessuno di questi tempi è da correggere.

 

La tristezza e la sofferenza possono dipendere ANCHE dal peccato; ma se anche fosse, non è certo obbligando la persona a ridere che l’aiuteremo!

 

C’è anche il pianto di chi è vicinissimo al Signore anche se ancora non lo vede… come Maria Maddalena che piangeva sulla tomba… (Giov 20:11-16). La donna stava per incontrare il Signore dopo qualche istante. Immaginate un intervento dottrinale di  bigotto rimprovero in quel momento!

 

C’è poi il provare una sofferenza (o una gioia) particolare, che a volte non è un difetto, ma un “dono”: mi riferisco alla sofferenza per gli altri, un condividere il dolore di chi soffre, un piangere con chi piange Rallegratevi con quelli che sono allegri, piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15). Questi sentimenti erano anche in Gesù, “l’uomo dei dolori” (1). Può capitare dunque che chi piange in chiesa o abbia il viso mesto, sia a causa di un figlio di una persona cara in disgrazia...

 

Ci sono tanti motivi alla nostra sofferenza.

 

Che la sofferenza abbia relazione col peccato è vero, ma cos’è sulla terra oggi che non sia la conseguenza del peccato? Non è colpevolizzando che testimonieremo la grazia.

 

La comprensione delle radici del peccato è un insegnamento complesso e profondo e andrebbe spiegata in modo adeguato (parlo per i responsabili delle chiese).

 

Che la serenità interiore in un credente, nonostante gli possano accadere fatti dolorosi, debba esser presente, è vero, ma come abbiamo già detto, mai generalizzare! [L’ECCESSIVA GENERALIZZAZIONE, UN ERRORE TIPICO DI CHI EVANGELIZZA]

 

A volte una sofferenza in una o più persone in una comunità, dovrebbe far riflettere il pastore o gli anziani perché potrebbe persino essere permessa da Dio affinché siano evidenziate alcune carenze della comunità stessa. 

 

Il pastore o l’anziano allora, prima di generalizzare e dire ad un fratello: “tu sei nel peccato”, dovrebbe pregare e chiedere allo Spirito Santo il dono del discernimento e indicazioni su come comportarsi. Poi confrontarsi con gli altri anziani. Caso per caso.

 

 

 

(1)Isaia 53:3 Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. 4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.

 

 

 Indice di "miglioriamo le nostre comunità"  - Home