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RACCOLTA  “COME ESSERE SE STESSI”

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CHI SONO IO? (di Anonima)

 (Dal giornalino di Angelo Galliani pubblicato sul nostro giornalino nel nov.99)

 

Sono così stanca di portare la maschera, mio Dio, eppure di questa maschera non riesco a liberarmi. Troppo spesso di dentro sono molto diversa di come appaio fuori. Temo di non essere capita, di non essere accettata se mi dimostro debole. Temo di restare tutta sola col mio modo di vedere gli uomini e le cose. Mi fa paura la durezza di coloro che danno giudizi avventati. Tu sai che in molte cose non sono quella che il mondo crede che io sia. Se mi nascondo acquisto un poco di sicurezza, ma resto isolata. Talvolta mi chiedo se io stessa non mi giudichi in modo sbagliato. A volte recito una parte e sono io il mio stesso pubblico. Dove sono sincera? Dove recito? Spesso non lo so nemmeno io. Tu mi stai a guardare, mio Dio. Tu mi conosci. Davanti a te posso sciorinare senza riguardi tutto ciò che mi agita dentro. Da te sono capita in partenza. Sono accettata in partenza. Sono preziosa ai tuoi occhi, anche se io stessa mi giudico una nullità. Io sono un tuo pensiero. Fa' che io impari a vedermi nello specchio del tuo volto. 

 

 

ESSERE SE STESSI IN OGNI MOMENTO DELLA NOSTRA VITA (Liliana – nov.99)

 

"... mi sento come senza sicurezze, senza difese, senza quella maschera che ognuno di noi, chi più e chi meno, indossa per non far trasparire i propri sentimenti, le proprie emozioni e le proprie paure; come se tutto ciò fosse qualcosa da reprimere e di cui vergognarsi. Io l'ho fatto per anni e ne ho pagato duramente le conseguenze. Ora mi sento come "rinata"; ho capito che si deve essere se stessi in ogni momento della nostra vita, in tutte le situazioni, in famiglia, al lavoro, con gli amici e anche con la gente in genere. Non sempre esprimere le proprie idee è controproducente, anche se "cozzano" con quelle degli altri; è liberatorio e ti fa sentire una persona viva, con un ruolo ben definito, non una qualsiasi tra le tante ma LILIANA: amabile, scontrosa dolce o ribelle LILIANA. Certo la vita ci mette, molto spesso a dura prova e davanti alle sofferenze e alle angosce che ci colpiscono ci si sente privi di forza per lottare; nonostante questo ho capito che è nostro dovere non farci schiacciare da questo fardello, bisogna trovare la forza di reagire tirando fuori tutte le nostre energie, che io spesso credo di aver esaurito. Prego Dio perché mi aiuti a superare tutte le brutte cose che inevitabilmente la vita mi riserverà, consolandomi spero, con l’aiuto e la spinta che la mia famiglia è sempre pronta a darmi.

 

 

ESSERE ‘SEMPRE’ SE STESSI? (di Carmela – nov.99)

Mentre mio marito Renzo impaginava il giornalino ho letto con attenzione la bella lettera di Liliana, soprattutto quando dice che essere se stessi significa essere una persona viva, ben definita nel proprio carattere, sia esso ribelle, scontroso, amabile, ecc. Se l’Anonima del giornalino di Angelo si vuole specchiare nel volto di Dio, lei sembra specchiarsi nel suo stesso volto e sembra ricavare da questo la sua vitalità. Mettevo a confronto con una frase letta su un opuscolo che diceva: “Tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio è male. La felicità presente e futura dell’uomo dipende dunque dall’armonia della sua volontà con quella di Dio. (…) Adamo ed Eva si trovarono dinanzi a due vie proprio perché liberi: la via del bene o dell’armonia con Dio, quella del male o dell’opposizione a Dio: garanzia di felicità e di vita la prima, certezza di dolore e di morte la seconda”. Questi tre pensieri, dell’Anonima, di Liliana, e dell’opuscolo, tutti veri e significativi, si incontrano in me per ricercare una  sintesi. Mi chiedo: tutte le nostre parti istintive, anche se vere, sono buone? E ci portano veramente ad essere vivi e felici?  In fondo Satana è se stesso e questo lo porta solo a soddisfare sempre più se stesso e il suo istinto ribelle. Certamente è “vivo” e ben definito, ma avendo scelto la via dell’opposizione a Dio, dove trova la felicità e il bene in questo?

 

 

SE STESSI, OVVERO DIO IN NOI CHE EMERGE (di Enza)

…vado in chiesa, non per dovere ma forse per cercare una luce, qualcosa che mi indichi la presenza di Dio. L’avevo un po’ perso di vista ma ora lo sto ricercando, io so che è dentro di me ed è lì che devo cercarlo. Essere se stessi forse è questa ricerca di Dio dentro di noi, è il nostro Essere interiore che deve venire a galla. Solo così potremo ritrovare la pace e la serenità e affrontare tutte le avversità della vita.

 

 

IDENTIFICAZIONE, POI MANIFESTAZIONE (di Alberto – nov.99)

Io credo che l’espressione "essere se stessi" può anche non significare niente se prima non è avvenuto un certo processo interiore. Se è vero che siamo composti di tante piccole parti allora prima di dire cosa siamo bisogna sapere con quale parte di noi stessi ci siamo identificati. Una volta scelta quella parte che poi chiamiamo "io", allora potremo farla crescere. Sono d’accordo con Carmela che ci parla dei rischi di manifestare tutte le nostre parti, ma sono anche d’accordo con Liliana quando dice che bisogna avere il coraggio di manifestare queste parti "vere" che sono in noi. E’ solo una questione di tempi. Vorrei essere come la ragazza anonima che si sente capita ed amata da Dio.

 

 

IN CHE MODO ESSERE SE STESSI? (di Renzo Ronca - nov.99)

Vi ricordate quello che Dio disse ad Abramo? "Esci dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla casa di tuo padre e va nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò…" (Genesi 12:1-3). Cercate di immaginare lo stato d’animo di Abramo che si sente sollecitato a lasciare la sicurezza del presente, delle proprie radici, per andare nell’incerto, sulla base di una promessa difficile a capirsi… Ciascuno di noi, come Abramo, prima o poi riceve da Dio questo invito. Uscire da noi stessi, dalle nostre sicurezze, tanto comode quanto imprigionanti. E’ tutto in questo "uscire dall’umano" dal "limitante", da ogni etichetta o divisa o fattore di comodo, che può attuarsi la nostra conversione, la nostra trasformazione. Se ci fidiamo e mettiamo noi stessi nelle mani di Dio diventeremo crescita, sviluppo, espansione.. come una metamorfosi continua, sempre in meglio, aprendoci di più, forse con maggiori incertezze, ma amando di più. Quando con mia moglie iniziammo nel 1985 i primi passi per costituire la "Piccola Iniziativa Cristiana", non sapevamo cosa ne avrebbe fatto il Signore. E nemmeno oggi lo sappiamo. Ma in fondo è così importante? Sappiamo come deve essere la nostra attitudine mentale, come ci dobbiamo porre davanti a Lui. Sappiamo che è Lui che crea, che trasforma, per un piano di salvezza, per un banchetto di pace a cui tutti sono invitati. L’invito ad Abramo "esci… vai dove ti mostrerò…", questo "uscire" da pensieri troppo limitanti, da modalità troppo definite, riecheggia in questo passo per noi fondamentale: "Non adattatevi alla mentalità di questo mondo, ma lasciatevi trasformare da Dio in un completo mutamento della vostra mente. Sarete così capaci di comprendere qual’è la volontà di Dio, vale a dire quello che è buono, a Lui gradito, perfetto." (Rom. 12:2; traduz. Interconfess.) Non è facile lasciare il certo per l’incerto come fece Abramo e non è facile nemmeno per noi fidarci di un Dio che in fondo conosciamo poco, fidarci ad un punto tale da lasciargli mano libera nella trasformazione profonda del nostro essere. Che significa allora? Affidarsi a Dio è rinunciare ad essere se stessi? O è ritrovare se stessi? Forse sono vere entrambe le cose. Certo è un perdersi, ma è anche un ritrovarsi come dice in Galati 2:20 "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Pensateci bene: mi annullo, non vivo ma Cristo vive in me, la Resurrezione vive in me! Perdo me stesso e mi ritrovo come nuova creatura. Ho perso la solitudine di me stesso e ho acquistato la pienezza. Pensate a quando uno si innamora: non si "perde" volutamente? In un certo senso si fida così tanto di una persona fino ad allora sconosciuta, che decide sulla base di una possibilità dettata dal cuore di abbandonarsi… L’abbraccio è questo: un abbandono senza riserve nelle braccia dell’altro. Un abbandono certo irrazionale e rischioso, fatto senza avere certezze del futuro, con la sola fiducia dell’altro… un perdere la ragione forse… ma un ritrovarla poi in maniera più completa, insieme. Si, affidarsi a Dio è perdere se stessi per un momento, e poi ritrovarsi più grandi, insieme. Non c’è dubbio che in questo seguire, in questo "esci.." ci sia per noi una componente di incoscienza. Penso ad un mio amico che vive in maniera molto organizzata, dove nulla è lasciata al caso: il tempo per il lavoro, per le riunioni in chiesa, per le attività evangeliche, per lo svago di fine settimana… In casa c’è chi pensa a lui, chi prepara i suoi vestiti chi gli fa da mangiare… Vive bene, è se stesso in tutto, non gli manca nulla; è pieno, è ricco di benedizioni… Si direbbe realizzato. Pensate invece il Signore, che va proprio da persone così, che hanno la loro sicurezza e pienezza in ciò che fanno e dice loro: "lascia perdere tutto, ricomincia altrove su tutte altre basi…" Diciamocelo francamente, ma chi ce lo fa fare? Perché cambiare? Magari uno ci ha messo un vita a trovare una faticosa stabilità emotiva, pratica, finanziaria, spirituale ed ecco questo richiamo che mette in dubbio tutto col rischio di farci trovare di nuovo nella precarietà e nell’incertezza. Forse questo mio amico direbbe "io sono già me stesso; sto bene così" Ma se Dio è Spirito Santo in trasformazione e creazione continua, e noi siamo anche spirito a Sua immagine, come potremmo essere "noi stessi" nell’acquisito? Se davvero vogliamo seguirlo la nostra scelta deve essere nell’imprevedibile, nel divenire, nel trasformarci, perché Dio è così. Chi può conoscere i pensieri di Dio e fargli da maestro? Come potremmo essere noi stessi staccati da Lui? Chi sono io se non un pezzettino di Lui? Pensate alle illuminazioni dello Spirito di Dio sulla cui scia si formano dei movimenti, delle chiese… grandi rinnovamenti all’inizio, aperture, liberazioni, benedizioni…. Poi dopo qualche anno eccole prigioniere delle loro etichette e delle nuove regole che si sono venute a formare. Gusci vuoti senza più lo spirito vitale che le animava all’inizio. Una chiesa può "essere se stessa" quando si sente "arrivata" e "giusta"? Se stessa forse agli occhi del mondo, ma non a quelli di Dio. Né la Chiesa, né l’uomo possono fermarsi a compiacersi o a riposare sulle abitudini e sulle sicurezze umane: Dice Gesù "Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo" (Mat. 8:20) Allora troviamo due modi di essere noi stessi, a causa della nostra duplice natura umana e spirituale: come esseri umani, terreni, siamo noi stessi in ciò che ci soddisfa e ci riempie egoisticamente; siamo noi stessi nel ragionamento che ci fa scegliere ciò che più ci conviene; ma come esseri spirituali siamo noi stessi solo se ci "perdiamo" in Dio. La tranquillità dell’abitudine è solo un’apparente soddisfazione, è una gabbia d’oro, ma sempre gabbia che lentamente ci anestetizza il cervello e lo spirito. Usciamo dunque! Usciamo da noi stessi come fece Abramo e cerchiamo di non aver paura di perdere i vantaggi delle comodità che abbiamo acquisito nel tempo. Usciamo dalla paura di perdere questa o quella cosa… tanto non c’è nulla di nostro nel mondo e nemmeno nella persona che chiamiamo "nostra": "Non sapete che il vostro corpo è i tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale voi avete da Dio, e che voi non appartenete a voi stessi?" (1 Cor. 6:19) Usciamo dunque dalla nostra mania di protagonismo nel quotidiano, dalle limitatezze di un vivere ripetitivo e "sicuro" ed entriamo con Gesù in una espansione, evoluzione continua, dove essere se stessi significa abbandonarsi a Lui e lasciarsi trasformare sul serio, senza appoggiarci alle nostre sicurezze umane; accettiamo pure questa incerta, precaria, meravigliosa fede nell’Amato.  

 

 

 

 

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