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“LA SOLITUDINE, OVVERO LA STRADA PIU’ BREVE” =CONSIDERAZIONI=

“La solitudine, ovvero la strada più breve” -  Mi pare fosse a Lorenzo da Brindisi (che la Chiesa cattolica venera come dottore e santo, vissuto attorno alla fine del 1500, inizio 1600) che il Signore suggerì una frase molto particolare e a noi molto utile: “Ti guiderò nella solitudine; una strada che tu non conosci, perché voglio sia la più breve”. Indubbiamente la strada più breve e più bella per “conoscere” Dio (il termine non è esatto, dovremmo più giustamente dire “per essere conosciuti e trasformati da Dio”) è quella della solitudine. All’inizio ci potrà apparire come una privazione se non una punizione, ma vi assicuro che non è così; dietro questo concetto è nascosto un tesoro di grande valore. La preghiera personale, questo intimo e perfetto rapporto d’amore tra Dio e noi va fatta sempre in grande riservatezza; dice Gesù: “Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente” (Matt. 6:6) Ciascuno di noi ha una sua “cameretta” nel cuore, un luogo appartato, riservato solo a Dio. Vi è una riservatezza, una intimità da proteggere. Ma da cosa? Non solo dall’esibizione, dalle preghiere ipocrite “fatte per esser visti dagli altri” (come sempre in Matteo si legge al versetto precedente),  ma c’è di più. Notate come dice non solo: “entra nella cameretta” ma: “chiudi la porta”. E’ evidente che il Signore tiene molto ad una netta separazione tra un modo di essere ed un altro. Per approfondire le espressioni di Gesù è bene sempre ritornare con la mente a tutta la Bibbia nel suo insieme. Questa porta chiusa dietro di noi prima di inginocchiarci, non richiama forse una descrizione di un altro tempio? “Poi egli mi condusse verso la porta esterna del santuario che guarda verso est, ma era chiusa. L’Eterno mi disse: -Questa porta resterà chiusa, non sarà aperta e nessuno entrerà per essa, perché per essa è entrato l’Eterno, il Dio di Israele, perciò resterà chiusa. Ma il principe, poiché egli è il principe, potrà sedervi per mangiare il pane davanti all’Eterno; egli entrerà dall’atrio della porta ed uscirà per la stessa via-“  (Ezec. 44:1-3)  Dove “passa l’Eterno” è sacro, non può essere comune, terreno, aperto a tutto e a tutti. La divisione tra sacro e profano è molto importante nella preghiera e nella vita: “Misurò l’area ai quattro lati; aveva tutt’intorno un muro lungo cinquecento cubiti e largo cinquecento cubiti, pere separare il luogo sacro da quello profano” (Ezec. 42:20) Un quadrato perfetto che cingeva il tempio. Anche il nostro cuore, che è un tempio in cui lo Spirito di Dio entra, deve essere protetto in questo modo. Per capire meglio le descrizioni del tempio di Ezechiele, “interiorizzatele”, ovvero pensate a voi stessi come un tempio, in cui potete essere ora il principe, ora il sacerdote che entra per il servizio sacro fin nel punto più sacro, al cospetto di Dio stesso. Questa “interiorizzazione” è la base dell’interpretazione di molti concetti. Lo stesso decalogo, per poterlo capire a fondo va visto non più come una cosa esterna, ma interna, come se fosse appunto “scritto direttamente nella nostra mente e nel nostro cuore” (Gerem. 31:33; vedi anche Rom. 2:15; “ Cor. 3:3; ecc) E allora visto  che chiunque è chiamato da Dio è da Lui reso sacro e dunque “sacerdote” ( da ‘sacer’ ‘dos’ -faccio sacro- azione che compete solo a Dio), come sacerdoti (“voi siete un real sacerdozio” 2 Piet. 2:9) avviciniamoci nella nostra “stanza più interna” opportunamente, indossando “l’abito adatto” proprio come descrive Ezechiele: “Quando entreranno per le porte del cortile interno, indosseranno vesti di lino; non avranno addosso alcun indumento di lana, mentre presteranno servizio alle porte del  cortile interno e nel tempio” (Ezec. 44:17); ovvero lasciando “fuori” il nostro vestito mondano, la personalità del mondo, che “fa sudare” cioè sporca, è impura; ed indossiamo nell’intimità del silenzio e della solitudine, l’abito puro di chi e è da Dio stesso reso sacro. Chiudendo bene la porta dietro di noi, la porta di ogni estraneità ed idolatria terrena. Nessuna paura se sentiamo una certa inquietudine o un senso di smarrimento: è solo l’effetto di un passaggio, di un abbandono di un abito terreno a cui eravamo troppo abituati. Come vedremo dalla prima meditazione “Pace sulle nostre ansietà”: “quando il mio spirito veniva meno dentro di me, Tu conoscevi il mio cammino”; noi non possiamo conoscere la strada della solitudine dal mondo, dell’abbandono nell’eternità di Dio, ma Lui la conosce e non saremo mai realmente soli.

[Per un modesto aiuto alla preparazione scrivetemi e parliamone (Renzo Ronca mispic@iol.it)]

 

 

 

 

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